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giovedì 4 febbraio 2010

Dal cinema al cinematografo: Avatar


Diciamocelo pure, James Cameron è un autore con “a” minuscola. Creatore di fascinazioni inimmaginabili, produttore di magiche visioni e mondi fantastici. Sempre un passo avanti. Mente dietro i percorsi celestiali di Terminator e Aliens, The Abyss e Terminator 2. Capace persino di ‘andare oltre’ la semplice storia d’amore, naufragando nell’immaginazione tecnologica del Titanic e volando tra elicotteri in fuoco nelle stupidaggini catastrofiche di True Lies. Avatar, quasi dieci anni di preparazione e un battage pubblicitario inusitato, è la sua opera più compiuta. Così come viene spacciata per definitiva da chi la ritiene punto di svolta della Settima Arte. Dalla visione in sala se ne esce frastornati, non soltanto per la magniloquente (e invadente) stereoscopia. Anche perché dopo una mezz’ora gli schermi avvolgenti dei computer, l’ingegneristica spaziale dell’esercito e la Natura incontaminata di Pandora (identica alle opere di Roger Dean, avete presente le copertine dei dischi degli Yes?), lasciano spazio a considerazioni sparse, spesso fastidiose.


Prima osservazione: la sceneggiatura. Avatar è un film banale. Un miscuglio di Balla coi lupi, Braveheart e 300 in salsa sci-fi. Storia semplice e schematica. Jake Sully (Sam Worthington) è un marine senza gambe, fratello di uno scienziato che insieme ad un team capitanato dalla dottoressa Augustine (Sigourney Weaver, che bello vederla fumare a pieni polmoni!) ha messo a punto il progetto Avatar. Programma che consiste nell’infondere vita mentale a dei corpi (gli avatar, appunto) creati ad immagine e somiglianza dei Na’vi, popolazione che abita il pianeta Pandora. Tutto bene fino a quando non si scopre che l’albero sacro dei Na’vi risiede su un giacimento che vale tutta l’energia dell’universo. Da qui le lunghe mani del governo e dell’esercito per far infiltrare Sully e “convincere” i nativi a “donare” tale ricchezza. Ovvio che il contatto con persone dall’animo così puro sarà per il giovane soldato occasione per rinascere a nuova vita e combattere per la liberazione di quello che ritiene il suo nuovo mondo. Viva la pace e la cooperazione tra le genti, seppure serpeggi certo eroismo made in Usa e sia sempre tempo d’eroi (americani). Vicenda piatta come i personaggi dunque, con buona pace dei riferimenti all’attualità socio politica statunitense (ovvero globale) e delle risonanze simboliche (panteismo e animismo di riporto) che lasciano il tempo che trovano. Tanto che l’unico carattere ad emergere prepotente è il più disgustoso, quel colonnello Quarich interpretato da Stephen Lang che è tutto azione e reazione. Coinvolge dal primo all’ultimo sguardo. Tagli, graffi e fratture compresi.


Detto della sostanza, resta la forma. Il 3D è un giocattolo incredibile. L’immersione nella profondità della visione è qualcosa di sbalorditivo. Una impressione di realtà e fantasia mai vista prima. I colori, le piante, gli animali, i movimenti. Persino le traiettorie dei proiettili. E allora quasi si giustifica la semplicità del soggetto: l’occhio è così attratto e “distratto” che raramente giungono il tempo ed il modo per pensare ad altro. D’altronde nella mitologia non c’è spazio per le sfumature. Tuttavia, ben presto emergono i dubbi. Il mondo tridimensionale è la vera rivoluzione del cinema? No. Almeno se in futuro non sarà supportato dalla dovuta ‘polpa’ narrativa. La Pixar lo insegna nell’animazione. La novità reale sarà raccontare una storia con un mezzo simile. Avatar sembra piuttosto l’investimento delle major per combattere la pirateria e riportare le persone (soprattutto i ragazzi) al cinema. Per dirla con Edgar Morin, un ritorno dal cinema al cinematografo. Una fantasmagoria dal sapore ottocentesco, come il famoso treno dei Lumière che faceva scappare dalle sale le persone impaurite. Ma Avatar è – almeno in Italia – anche la rappresentazione della tragedia antropologica e sociale che viviamo in questo primo decennio del 2000. Orde di ragazzini infarciti di hot dog, coca cola e commenti stupidi; mamme e papà che non riescono a tenere a freno le invadenze di bambini maleducati; persone che non entravano in una sala da almeno vent’anni; applausi a fine proiezione, modello viaggio in aereo; adolescenti che escono dalla visione con gli occhiali 3D e li ritrovi così per strada o in tram. Dispiace pensare che questo sia un baraccone che produce spettacolo. Puro fumo negli occhi. Non certo il Cinema.
Ad applaudire rimangono soltanto gli esercenti, che con 10/15 euro a biglietto si fregano le mani ghignando con un paio di occhialetti griffati.

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