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lunedì 10 settembre 2007

Voglio morire. Ho affittato un killer


Aki Kaurismäki è un regista rock. Forse è il regista rock. Fuori e dentro i suoi set, nella vita e sullo schermo alcol a fiumi e sigaretta perenne tra le dita. Un animo nobile, troppo puro per questo mondo. Che canta con disillusione come un moderno Chaplin, con il sorriso sulle labbra, toni così tragici e reali da risultare grotteschi. Il rock lo anima (e la fusione con tutti gli altri generi), tanto nelle incursioni più tremende (la trilogia sulla classe operaia Ombre in paradiso - Varjoja paratiisissa, 1986 -, Ariel - 1988 - e La fiammiferaia - Tulitikkutehtaan tyttö, 1989 -; la ‘trilogia dei perdenti’ composta da Nuvole in viaggio - Kauas pilvet karkaavat, 1996 -, L’uomo senza passato - Mies vailla menneisyyttä, 2002 - e l’ultimo, bellissimo Le luci della sera - Laitakaupungin Valot, 2006 -), quanto in quelle leggere, smaccatamente musicali (il documentario La sindrome del lago Saimaa, Saimaa-ilmiö, 1981; il divertito, divertente e dissacrante Leningrad Cowboys Go America, 1989).


Ho affittato un killer (I Hired a Contract Killer, 1990) unisce queste due anime. È la storia di Henri (un meraviglioso Jean-Pierre Léaud, con la sua espressione pietrificata), triste impiegato francese (appena licenziato), che vive un’esistenza inutile in una Londra livida e indifferente. Un luogo come un altro in fondo, perché parte di un mondo popolato da stronzi (e) arrivisti, dove i puri non hanno posto. Per loro c’è solo il Nulla. Ecco allora l’idea: morire. Difficile realizzarla da codardi. Meglio assoldare un killer. Ma l’attaccamento alla vita è troppo forte, specie dopo una sana sbronza e dopo essersi innamorati di una donna, una venditrice ambulante di rose. Una passione così travolgente che fa rinascere, rivedere un intero ordine di valori. Salvo poi affrontare l’imprevisto che è sempre dietro l’angolo.


Una vicenda che esalta al meglio lo stile di Kaurismäki (che si regala un cameo delizioso, da venditore di occhiali da sole). Un microcosmo di perdenti cronici (dalla vittima al carnefice materiale). Lunghi, dolorosi silenzi. Una regia minimalista eppure ricca di particolari (la cartaccia calpestata dai passeggeri che salgono in tram; un bagaglio da fuga composto di spazzolino, sigarette e qualche spicciolo). Ironia feroce e surreale (gli esilaranti tentativi di suicidio; il biglietto lasciato in casa per il killer). Spazi giganteschi terribilmente soffocanti. Solitudini che si incontrano, destini beffardi che si incrociano. Per ritrovare un senso di solidarietà che sembrava ormai perduto.


Aki Kaurismäki è questo. Dedica il film a Michael Powell, sceglie per le musiche Billie Holyday, Little Willie John e Joe Strummer (che suona di giorno in un locale fumoso), chiude l’opera con un intenso, commovente Serge Reggiani (il gestore del bar Vic). Ho affittato un killer è un film che suona come un viscerale blues, scivola via doloroso come la vita, i giorni che passano e l’attesa di una morte voluta, desiderata, per questo da rimandare il più tardi possibile.

sabato 8 settembre 2007

In missione per conto di Dio


Questo film è ottimo
. Concedetemelo, anche perché è inutile perdersi in altre descrizioni con The Blues Brothers (John Landis, 1980).
La suddetta è una di quelle opere che non va analizzata, sarebbe autoerotismo triste . È una di quelle opere di cui non si può scrivere, si deve solo Guardare e Godere. D’altronde non si può mettere bocca su tutto. E inoltre sarebbe abbastanza superfluo dire che Jacke ed Elwood, armati esclusivamente di spontaneità, giocano a massacrare le forze dell’ordine - compresi SWAT, pompieri e soldati -, gli stantii cantanti folk, i nazisti dell’Illinois, le fidanzate abbandonate e tutto ciò che rappresenta il vecchiume e l’ipocrisia sociale.
I Fratelli Blues sono dei bambini orfani (orfani anche di tutte le regole dei Padri) e proprio altri bambini, che stanno per essere sbattuti fuori da un orfanotrofio - quello dove sono cresciuti loro stessi - devono salvare, salvando l'istituto dalle tasse.
A voler fare i critici seri bisognerebbe dire che tutto in questo film è chiaramente un'enorme metafora sulla freschezza del nuovo e il marcio in decomposizione del vecchio. Ma fortunatamente di critici seri qui non ce ne sono e io - sì, lo so - sto continuando a scrivere… a masturbarmi. Ora smetto... anche perché è disdicevole masturbarsi su qualcosa di sacro e i Blues, non dimentichiamocene, sono sempre in missione per conto di Dio.


The Blues Brothers:

Elwood: "Sono 106 miglia fino a Chicago. Abbiamo il serbatoio pieno, mezzo pacchetto di sigarette, è buio, e portiamo tutt'e due gli occhiali da sole ".

Elwood " ...è partito un pistone" Jake "...è grave? ", Elwood "!".

Jake: "Hai cambiato la Bluesmobile con questa?" Elwood: "No… con un microfono!" Jacke: "Con un microfono!? Va bene… Hai fatto bene".

Jacke: "Ti prego, ti prego, non ci uccidere. Ti prego baby, lo sai che ti amo. Non avrei mai voluto lasciarti, non è stata colpa mia. Davvero, sono sincero. Quel giorno finì la benzina. Si bucò un pneumatico. Non avevo i soldi per il taxi! Il mio smoking non era arrivato in tempo dalla tintoria! Era venuto a trovarmi da lontano un amico che non vedevo da anni! Qualcuno mi rubò la macchina! Ci fu un terremoto! Una tremenda inondazione! Un'invasione di cavallette!"

Una comparsa: "Il ricorso alla violenza, anche non necessaria, per l'arresto dei Blues Brothers è ammesso e approvato"

The Blues Brothers:
John Belushi Jake Blues
Dan Aykroyd Elwood Blues
Cab Calloway Curtis
James Brown Reverendo Cleophus James
Ray Charles Proprietario Negozio
Carrie Fisher Fidanzata
Aretha Franklin Padrona Ristorante
Matt Murphy Cuoco Manager
Loui Marini Lavapiatti
Donald Dick Dunn The Blues Brother Ba
John Candy Burton Mercer
Steven Spielberg Impiegato
Steve Cropper The Blues Brother Ba
Tom Malone The Blues Brother Ba
Steve Lawrence Agente Teatrale
Willie Hall The Blues Brother Ba
Kathleen Freeman Mary Stigmata

Soggetto
Dan Aykroyd
John Landis

Sceneggiatura
Dan Aykroyd
John Landis


The Blues Brothers:

Somebody Loan Me a Dime - eseguita da Fenton Robinson.
She Caught the Katy - eseguita dai Blues Brothers.
Shake Your Moneymaker - eseguita da Elmore James.
The Old Landmark - eseguita da James Brown e dalla James Cleveland's Southern California Community Choir.
God Music - composta da Elmer Bernstein.
Soothe Me - eseguita da Sam and Dave.
Hold on, I'm Comin' - eseguita da Sam and Dave.
I Can't Turn You Loose - eseguita dalla Blues Brothers Band.
Peter Gunn Theme - eseguita dalla Blues Brothers Band. Un classico di Henry Mancini
Let the Good Times Roll - eseguita da Louis Jordan.
Anema e core - eseguita da Ezio Pinza.
Quando, quando, quando - eseguita da Murph and the MagicTones.
Just the Way You Are - versione strumentale, esecutore sconosciuto.
Die romantiker (Op. 167) - composta da Josef Lanner.
Boom Boom - eseguita da John Lee Hooker.
Think - eseguita da Aretha Franklin assieme alla Blues Brothers Band.
Shake your tailfeather - eseguita da Ray Charles assieme alla Blues Brothers Band.
Boogie chillun - eseguita da John Lee Hooker.
Your Cheatin' Heart - eseguita da Kitty Wells.
Gimme Some Lovin' - eseguita dai Blues Brothers.
Theme from Rawhide - eseguita dai Blues Brothers.
Stand by Your Man - eseguita dai Blues Brothers.
I'm Walkin' - eseguita da Fats Domino.
Minnie the moocher - eseguita da Cab Calloway assieme alla Blues Brothers Band.
Medley: Time is tight / I can't turn you loose - eseguita dalla Blues Brothers Band.
Everybody needs somebody to love - eseguita dai Blues Brothers
Sweet home Chicago - eseguita dai Blues Brothers.
La cavalcata delle Valchirie - scritta da Richard Wagner, eseguita dalla Pittsburgh Symphony Orchestra.
La ragazza di Ipanema - versione strumentale, esecutore sconosciuto.
Jailhouse rock - eseguita dai Blues Brothers.


PS
: Grandiosa la devastazione del centro commerciale durante il primo inseguimento in macchina. Grandiosi tutti gli inseguimenti in macchina. Il film entrò nel guiness dei primati come la pellicola con più incidenti automobilistici.
La prigione dell’Illinois dove era detenuto Jake, all’epoca funzionante, oggi è usata esclusivamente per le riprese di Prison Break.
Il poliziotto che consegna gli effetti personali a Jake quando esce dal carcere è il regista Frank Oz (La piccola bottega degli orrori, 1986; Tutte le manie di Bob, 1991; In & Out, 1998; Bowfinger, 1999; The Score, 2001; La Donna Perfetta, 2004).
Il poliziotto nella macchina capottata a cui si rompe l’orologio all’inizio del film, è John Landis.
L’impiegato dell’ufficio delle tasse è Steven Spielberg.

venerdì 7 settembre 2007

La città incantata: "Fatti non fummo per viver come bruti"


La città incantata (Sen to Chihiro no kamikakushi, 2001) di Hayao Miyazaki è un denso film d’animazione. La vivacità e la varietà dei colori, la delicatezza nel disegno e nei movimenti dei personaggi, riempiono e ammaliano gli occhi. Questa forma elegante e morbida contiene il racconto di un passaggio “uno e trino”: quello da un’età a un’altra della protagonista Chihiro, quello dell’Oriente che si va “occidentalizzando” e, in ultima analisi, quello di tutti gli individui, che rischiano di esser resi trasparenti, nella loro singolarità, dalla globalizzazione.


Il geniale pedagogo dell’animazione, però, non si limita esclusivamente a denunciare l’ingordigia consumistica che, dopo aver completamente infettato il mondo occidentale, sta permeando anche il Paese del Sol Levante a scapito della sua millenaria cultura. A questo proposito sembra emblematica la sequenza in cui i genitori di Chihiro cominciano a mangiare senza riuscire più a fermarsi, fino a diventare dei maiali, che verranno fagocitati a loro volta.
Miyazaki offre anche una via di fuga rispetto alla mostruosa neutralità dei semi-vivi : "solo non dimenticando mai il nostro nome, potremmo tornare a casa", fa dire a uno dei protagonisti. In altre parole, solo alimentando la cura di sé, si può anelare a un libero e soggettivo equilibrio. La politica dei campi di concentramento nazisti non era forse quella di cancellare la soggettività e annullare la personalità dei detenuti per inficiare qualsiasi reazione o pensiero di ribellione e condurli “pacificamente” ai forni?
La Città Incantata racconta così la storia di un “Io”, frutto di una personalissima volontà, la quale sopravvive nonostante le “subliminali” imposizioni esterne. Ed è proprio questa volontà a fare la differenza tra un individuo e una vittima-target della società del consumismo...

Un uomo nel mirino. La macchina da presa a mano armata: Umberto Lenzi


La macchina da presa come una Magnum 44. Non quella per ‘Dirty Harry’ Callahan, quella per i commissari Tanzi, Berni, Sarti e Betti o per l’ispettore Grandi. Umberto Lenzi è uno dei migliori registi italiani. Attenzione, non autori. Registi. Uno che dietro la mdp sapeva cosa fare, come muoversi, dove piazzare gli attori, quando sparare, far uscire sangue, colpire allo stomaco, accarezzare lo spettatore. Quello che si dice un artigiano, un artigiano con le palle. Uno che ha studiato il cinema (nel 1956 si è diplomato al Centro Sperimentale di Cinematografia con un corto pasoliniano intitolato I ragazzi di Trastevere), lo ha amato, vissuto, scopato. Uno che si è fatto le ossa e per questo può dirigere di tutto (come solo i grandi di una volta), dal poliziesco all’horror, dal war movie al film d’avventura, dalla commedia al western.


Una vita caratterizzata da soddisfazioni e successi, riconoscimenti (quelli di Quentin Tarantino e Joe Dante sono solo gli ultimi, non certo i più prestigiosi) e lunghe pause. Il tempo del cinema di genere in Italia è ormai finito, il suo ultimo film è infatti Sarajevo inferno di fuoco (1996), per altro uscito solo all’estero. Una barbarie per un regista dal talento cristallino, anarchico, mai domo. Un toscanaccio capace di levarsi mille soddisfazioni e confrontarsi con tutti i campi del nostro immaginario. Affronta l’avventuroso (il suo esordio è con Le avventure di Mary Read, 1961). Passa alla spy story (A 008 Operazione Sterminio, 1965, fa il verso al modello James Bond; Kriminal, 1966, è tratto da un fumetto di successo). Si getta sul film di guerra (Attentato ai tre grandi, 1967, è piuttosto modesto; Il grande attacco, 1978, è un kolossal dalla messa in scena maestosa, anarchico e disilluso). Non si intimorisce di fronte all’esplosione del giallo thriller (il dittico formato da Orgasmo, 1968, e Spasmo, 1974, Così dolce... così perversa, 1969, e Sette orchidee macchiate di rosso, 1971, - devastato dai produttori - sono manna dal cielo per gli amanti delle perversioni sadico psicoanalitiche). Capisce che è tempo di cambiare quando il riflusso degli anni ’80 impone di affrontare il rimosso collettivo con l’horror (e così prendono forma gli incubi e le visioni truculente del cannibal movie con Il paese del sesso selvaggio, 1972, Mangiati vivi!, 1980, e Cannibal Ferox, 1981; Incubo sulla città contaminata, 1980, omaggia Romero, la vicenda però è d’impatto e di sicuro Danny Boyle - 28 Days Later, 2002 - e Robert Rodriguez - Planet Terror, 2007 - ne hanno tratto ispirazione).


Una personalità forte, robusta. Ricca di fermenti insomma. Un talento che si forma con i classici del cinema statunitense (John Ford, Howard Hawks, Raoul Walsh, Robert Siodmak, Don Siegel, Sam Peckinpah, Samuel Fuller, Robert Aldrich), pur cementando una sensibilità tutta italiana che emerge soprattutto nei polizieschi. Perché se Lenzi, come detto, ha fatto tanto in tutti i filoni, è nel poliziesco che ha trovato il suo genere. È in questo campo che ha dato il meglio di sé, rivoluzionando – insieme a gente come Fernando Di Leo, Enzo G. Castellari, Stelvio Massi – l’immaginario di una generazione (i ‘terribili’ anni ’70) con ritmi serrati, tensioni portate allo spasmo, una violenza eccessiva e debordante. Accusato di fascismo per come ha delineato certi suoi personaggi (lo sbirro infame e cinico, il delinquente senza remore, il cittadino che si fa giustizia da solo), in realtà tratteggia un universo fangoso e misero, privo di speranze se non nello slancio individuale del singolo. Totale mancanza di fiducia nelle istituzioni dunque, perché l’uomo è schiacciato dal potere e solo un’azione eccessiva, straordinaria, incredibilmente estrema e libertaria può salvarlo.


Una parabola di vita che ci restituisce soprattutto il clima di tensione dell’epoca: il terrorismo, gli attentati, le rapine a mano armata, gli omicidi, le stragi, inquietudini nascoste portate alla luce con un taglio realista, emozionale e sempre attento a non perdere di vista l’impatto spettacolare. Da Milano Rovente (1973) allo stupendo Da Corleone a Brooklyn (1979) è un continuo susseguirsi di azione, tensione e riflessione. Zoom repentini, tagli di montaggio frenetici, ralenti e camera car frastornanti. La nuova malavita milanese, l’ipocrisia dei salotti pariolini, l’eccessivo garantismo della giustizia, le pastoie della burocrazia, i modi sbrigativi di certi poliziotti che delle regole se ne fottono, la miseria umana che popola le periferie. Basta vedere Napoli violenta (1976), esagerato nei modi e nei toni, diretto con polso fermo, un senso del ritmo incredibile, attori in stato di grazia (la faccia di cemento di Maurizio Merli, la classe di John Saxon e Berry Sullivan).


Il vero capolavoro è Milano odia: la polizia non può sparare (1974). Geniale nella scelta dei personaggi (il volto di gomma di Henry Silva è inaspettatamente associato allo sbirro, Tomas Milian è il criminale Giulio Sacchi, una figura feroce, dominata da paura, alcol, droga, arrivismo sfrenato), si avvale della sapiente sceneggiatura di Ernesto Gastaldi che tratteggia la Milano dell’epoca con occhio attento alle tensioni evidenti e sotterranee. La bestialità umana deborda travolgente, gli istinti bassi e animali finalmente prendono piede. Nessuna giustificazione, la violenza esplode spontanea. Due scene in particolare per capire fin dove osa Lenzi: l’uccisione degli anziani robivecchi che forniscono alla gang le armi e l’irruzione di Sacchi nella casa dei ricchi borghesi annoiati, con annesso stupro e macello. La sinfonia è quella del mitra, il ritmo un 4/4 al quale non si può resistere. Violenza che si congela quando Umberto contamina il suo noir (o polar alla Melville, chiamatelo come vi pare) con la commedia e con Dardano Sacchetti crea il personaggio der Monezza. Il trucido e lo sbirro (1976) è il risultato: altro poliziesco notevole, ricco di inseguimenti, sangue e sparatorie. Con un Henry Silva cattivissimo (Brescianelli popola i nostri incubi peggiori) e una serie di caratteristi da urlo (Robert ‘er cinico’ Hundar, Biagio ‘il calabrese’ Pellagra, Giuseppe ‘Vallelunga’ Castellano, Tano ‘er cravatta’ Cimarosa, Ernesto ‘er roscetto’ Colli). Sarà poi con il valido La banda del Gobbo (1977) e il clamoroso Il cinico, l'infame, il violento (1977) che il regista darà le ultime svolte truci alle sue opere, permeate ancora di pessimismo, ironia, sane volgarità, lotta acerrima al finto perbenismo. Prima che Bruno Corbucci declini il personaggio nelle vesti di Nico Giraldi e finisca una stagione di gloria.

Per favore, non chiamateli poliziotteschi!

giovedì 6 settembre 2007

FUORI POST (variazioni sul Tema): "Off Hollywood" e l'altra Venezia


Ma voi avete mai avuto occasione di vedere Off Hollywood… ;-) ??? Un magazine settimanale di Pascal Vicedomini, alla scoperta delle nuove frontiere della cultura, dello spettacolo mondiale e dei suoi risvolti sul territorio italiano. Così recita la descrizione del programma sul sito ufficiale di Rai Educational… ;-) Noi non siamo proprio d’accordo su tutto quello che sostiene la suddetta dichiarazione, però, sosteniamo a spada tratta che la trasmissione di Rai Tre sia una trasmissione piacevolissima. Sarà per quella faccia da simpaticone che ha lo stesso Pascal Vicedomini. Sarà tutta la comicità che sa adoperare allorché sillaba qualche frase nella sua particolarissima e personalissima pronuncia inglese. Sarà per le espressioni magiche che sa far assumere al suo volto mentre pone qualche domanda. Sarà perché i temi, gli argomenti di questi suoi quesiti sembrano studiati apposta per mettere in imbarazzo l’intervistato di turno. Sarà perché è sempre pronto a metter su gag formidabili, nell’ultima diceva “I Love You” ad un Brad Pitt sorpreso e contrariato. (Colpa forse dello scarso senso dello humor dell’attore).


Sarà perché da quel programma viene fuori una sfumatura assai particolare del Festival del Leone d’Oro. Un aspetto che i Tg e le altre trasmissioni si lasciano sfuggire. Una prospettiva che ci mostra la Venezia degli Edoardo Costa. Il quale sbandiera ai quattro venti che, in un film importante come Die Hard 4 (Len Wiseman, 2007), è riuscito a far morire il suo personaggio per ultimo. E di ciò era molto soddisfatto. La Venezia delle Nancy Brilli, presente in questi giorni alla Laguna in qualità di testimonial di una crema di bellezza. E senza nessun film, come aveva, per amor della precisione, sottolineato il conduttore stesso.
La Venezia delle Pamela Prati che non chiede altro che qualcuno le faccia un provino.
Una Venezia sincera, in parole povere, che fa sempre più fatica ad essere nascosta dai suoi abbaglianti riflettori.
Un laboratorio di ricerca e di analisi globale sulle prospettive dell'audiovisivo (cinema e fiction) e della musica”… continua il sito ufficiale.

mercoledì 5 settembre 2007

Le tre sepolture. Il Western sulla Borderline


Cadaveri, amicizia virile e Messico. Gli spazi aperti, il cielo come inglobante ultimo.
Nel primo film da regista di Tommy Lee Jones - Le tre sepolture (The Three Burials of Melquiades Estrada), 2005 - convivono l’umanità sporca di Peckinpah e quella pura di Ford, l’unica degna di compiere il Viaggio attraverso Territori nobili e selvaggi. L’eroe è attempato, ma ancora attrezzato della più maschia virtù. (Contrariamente agli altri due vecchi protagonisti: lo sceriffo e il proprietario dell’odierno saloon. I quali non godono più di nessuna virile elevazione/erezione). Ed è lui, dunque, Pete (il protagonista), l’unico uomo possibile. Il solo eroe. L’Eroe Western.

L’azione ha inizio con l’assassinio del suo amico Melquiades Estrada, un messicano clandestino. Il responsabile del delitto è un giovane poliziotto di frontiera, nuovo del posto, che commette l’omicidio, fondamentalmente, a causa del suo sangue estremamente caldo. Lo sceriffo impotente non lo arresterà su richiesta del Capitano della polizia di frontiera. E a Pete non rimarrà altro che fare giustizia da solo: vendicare l’amico e seppellirlo, come promesso, vicino alla sua famiglia a Jimenes (nome dalle virginee assonanze), naturalmente Messico.

Il viaggio dalle stesse tinte lugubri di quel capolavoro che è Voglio la Testa di Garcia (Bring me the head of Alfredo Garcia, Sam Peckinpah, 1974), ha inizio.

Ma la vendetta di Pete non appartiene alla classicità Western e, seppur uccide l’assassino dell’amico, non lo fa materialmente. Egli lo ammazza e lo rinasce nuovo, in quel percorso iniziatico aldilà della frontiera, che culmina in una cerimonia finale di passionale pentimento. Ovviamente il cadavere sarà seppellito. La promessa mantenuta, nonostante la scoperta che una famiglia Melquiades non l’aveva mai avuta.

In questo western del Passaggio convivono, come era stato un tempo per Howard Hawks, la Grande e la Piccola Forma di Deleuze, il Vecchio e il Nuovo. La morte e la resurrezione.


Shortbus, Shivers, Crash e la macchinosità dell'Uomo


"Devo solo sorridere e far finta di godere. Così posso sopravvivere". Shortsbus (John Cameron Mitchell, 2006) è uno stimolante film sulla difficoltà di essere permeabili agli altri. Il secondo lavoro di Mitchell - dopo Hedwig and the Angry Inch, 2000 - racconta l’Odissea di giovani uomini e donne alla ricerca della capacità di sentirsi reali e, in ultima analisi, di toccarsi. "Tutti non sentono niente. È dura non sentire niente".


Una questione del tutto contemporanea, ma già profeticamente annunciata fin dalla metà degli anni ’70 dall’ossessionato regista del corpo in disfacimento. Era, infatti, il 1975 quando David Cronenberg gira il suo primo lungometraggio, The Parasite Murders/Shivers (Il Demone sotto la Pelle).


Uno scienziato, convinto che gli uomini stiano perdendo il contatto con il proprio corpo, sperimenta sugli inquilini del complesso residenziale L’Arca di Noè, un parassita che dovrebbe potenziare le loro capacità sensoriali. Simile ad una sanguisuga, la larva è in grado di moltiplicarsi e passare da una persona ad un’altra mediante il contatto fisico. Ed è solo l’inizio. Anche per Cronenberg.


Trentasei anni - di scienza tecnologica - dopo, Paul Haggis vince l’Oscar con Crash (2004). Certo l’opera di Haggis ci racconta di come le persone sian sole sul cuor della terra. Una dimensione in cui l’Incontro non può essere altro che un accidentale violento incidente.


Siamo apparentemente molto lontani dai deliri della carne di Cronenberg. Il tema, però, è quello: il contatto/contagio tra gli Uomini. Lo stesso narrato altresì dai colori rotondi e vivi di Mitchell.
Il film del texano-gay è, infatti, un rifugio di corpi, al pari dello Shortbus, il locale "alternativo" newyorkese, da cui il titolo. E nel locale, come nel film, la via scelta per arrivare ad Itaca è quella del sesso. Un’opzione quanto mai comprensibile considerato che il sacro Graal, l’Arca Perduta da ricercare è nientemeno che il Tatto. Ma, in mezzo alla miriade di macchine depalmianamente onnipresenti in Shortbus, anche il sesso rischia di farsi lento e macchinoso.
Ma niente paura, in fin dei conti, non si tratta d’altro che di un mare di tecnologia in cui ci sarebbe il bisogno di imparare a muoversi, giusto per avere una simpat(et)ica direzione.