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domenica 21 ottobre 2007

La Vergine Noir


Julie Kohler è “morta”. Il suo ciclo vitale interrotto nello stesso momento in cui la propria attesa principale, trascorrere la vita al fianco di David, le viene negata. L’omicidio del marito si consuma sulle scale della chiesa appena dopo la celebrazione del matrimonio. I responsabili sono cinque uomini che giocando con un fucile carico, commettono il crimine in via del tutto accidentale. Da quel momento in poi l’esistenza di Julie è bloccata. E come un angelo con gli occhi fissi al passato, non potrà fare altro che infliggere il suo castigo.


Gelida, si posa sullo schermo con indosso i vestiti di Pierre Cardin. Lei non si sporca mai, né si fa mai toccare. Ed è come se la vita stessa non potesse più raggiungerla, né sporcarla. È una femme fatale, che “divora” gli uomini, ma lo fa con i guanti. La sua femminilità seduce e disarma. L’attrazione irresistibile per il fascino mortale di Julie immobilizza le sue vittime nella ragnatela. La Vergine (poiché probabilmente lei è anche questo) supplisce con il piacere di uccidere, quello sessuale che non potrà più provare.
È il 1967 quando François Truffaut gira La Mariée était en noir. Il giovane cineasta francese della Nouvelle Vague, nel pieno del suo periodo hitchcockiano, sceglie di trarre il soggetto del film dall’omonimo romanzo di Cornell Woolrich scritto nel 1940.


La sposa in nero è un film chiuso e claustrofobico e riesce a esserlo anche durante le sequenze en plain air, persino quando la macchina da presa segue la sciarpa bianca in una panoramica di Cap d’Antibes. Così la sensazione è che tutto sia cristallizzato, bloccato nel ghiaccio che Julie sprigiona. Le persone, gli oggetti “non aspettano altro” che quello che deve accadere si compia, e quello che deve compiersi è una vendetta totale senza alcuna possibilità di sopravvivenza.

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