If
I had to choose one word to describeStill
Walking (Hirokazu Kore-eda, 2008), it would be familiar.
Kore-eda
started his career as a documentary film maker and even when shooting
feature films, he always referred to the topics and cinematographic
techniques characteristic of documentaries.
Things
change with Still Walking.
The Japanese author decides to leave behind what he mastered for
something completely new.
He forgets about the objectivity of factual stories and chooses to
get personal.
Still
Walking is a tale about the private life of a family, and
Kore-eda uses his own childhood memories to build up a subjective
film.
The
result is outstanding. He is so accurate and brilliant in translating
into images the specific founding feelings, mementos, colours,
sounds, impressions and thoughts of his everyday life as a child,
that this private life of this fictional family becomes universal.
Still Walking infers general principles from specific facts
and, consequently, it seems to portray our own memories on-screen.
That is why this film feels familiar.
If
you add to that the fact that Kore-eda, adored by film critics and
public, is one of the greatest contemporary directors who just won
the Jury Prize (with Like Father, Like Son)
at this year's Cannes Film Festival, you'll understand why Still
Walking is a film you wish it
never ended.
Mamme, mettete comodi i vostri bambini e prima di rimboccargli le coperte, proponetegli l'anteprima di Serpents Unleashed, title track del nuovo lavoro dei simpatici Skeletonwitch. Diretto da Ralph Miller per Turnstyle Films, il brano è un motivetto delicato e accattivante. Servirà loro a capire qual è la lunghezza naturale di una barba, come si suona la batteria con il doppio pedale, quali sono gli usi alternativi della voce e come si affronta un ralenti al cinema. Poi, se proprio ci tenete, potete tradurre loro il testo: vi ritroverete a passeggiare per il parco della vostra città canticchiando Demonic, defiant, eyes of burning chaos, with darkness at our side…
Serata umida, persino per il bel calcio che promette Fiorentina-Napoli, decimo turno di un campionato che – i tifosi romanisti insegnano – è già vinto dalla squadra di Rudi Garcia. Al Franchi ci si giocano gli spiccioli più preziosi, quelli semplici e accecanti di due formazioni che giocano a calcio. Fiorentina con un 3-5-2 finalmente tale (basta 5-3-2, please) e Napoli con il consueto 4-3-3, unica novità Pandev in versione Hamsik. Il divano è un luogo comodo per un eventuale infarto. È ciò che accade dopo i primi dieci sonnolenti minuti. Al 12' Higuain si inventa una giocata da artista di strada e Callejon incrocia al volo di destro: 0-1. La Viola si sveglia e attacca: al 28' Fernandez si appoggia su Savic e per l'arbitro Calvarese è rigore. Rossi fa 1-1. Due minuti e Cuadrado (al momento, uno dei migliori giocatori d'Europa) coglie il palo con un clamoroso destro da fuori area. Ma il Napoli è spietato, pur chiudendo con affanno in attacco è una macchina assassina: è il 36' e l'uno-due tra Mertens e Higuain porta il belga allo straordinario gol dell'1-2. Periodo di forma smagliante per Dries, divenuto idolo dei tifosi. Piedi buoni e intelligenza tattica quando si tratta di farsi 30 metri di campo per inseguire un avversario. E quando il possesso palla della Fiorentina diventa asfissiante, Reina si palesa Vishnu davanti a Borja Valero negandogli il pareggio. Finisce così il primo tempo, ormai una sola cosa con il divano, Rojadirecta e le divinità del pallone.
Il secondo tempo inizia con più muscoli e meno spettacolo, nei primi 20' ci sono solo azioni confuse e due voli in area di Cuadrado e Rossi (puniti dall'arbitro con il giallo). Fuori Higuain e Mertens, dentro Hamsik e Insigne. La Fiorentina fa la partita ma è poco incisiva. Il Napoli chiude bene e riparte senza affondare troppo. Al 73' Reina è decisivo su Rossi, due minuti dopo si ripete su Joaquin (che poco dopo lascia per Matos). Si riparte ed ecco un giallo a Commper per fallo sul solito, ottimo Callejon. Cartellino che al 79' diventa rosso ma per Maggio: provvedimento eccessivo. La mossa di Benitez è fuori Pandev, dentro Armero. E un Calvarese in serata no: visibilmente confuso – un ciuffo scomposto dei capelli spesso parla chiaro – fa uso spregiudicato di cartellini per simulazione. Prima su Rossi, poi su Cuadrado atterrato nettamente in area da Inler (sempre lui). È il 91' e il regore negato mette definitivamente la parola fine sulla partita. Tre punti decisivi quanto inutili per il Napoli, perché la Roma ha già il tricolore cucito sul petto.
Ah, al Franchi un raccattapalle ha visto Cuadrado uscire dal campo cantando:
Nuovo disco in arrivo per i Toxic Holocaust. I paladini del thrash punk tornano tra noi con Chemistry of Consciousness (disponibile dal 29 ottobre via Relapse Records), e lo fanno lanciando il video di Acid Fuzz. Due minuti e mezzo di riff al fulmicotone, vocals dalla fogna e visioni da post apocalisse. L'animazione è stata realizzata in Technicolor da Adam Avilla. È possibile ascoltare Chemistry of Consciousness in streaming su Close-Up Magazine. Gli amanti di Bathory, Venom, Possessed, English Dogs, Discharge e Broken Bones sono avvisati.
Rimpiangete Alabama Thuderpussy, Leadfoot, Halfway to Gone e Sixty Watt Shaman? Siete alla ricerca della perfetta colonna sonora per la vostra apocalisse privata? Date un'occassione ai neozelandesi Two Wolves, da Auckland con furore. The Roar and Peal of Distant Thunder è heavy stoner rock from Hell, dicono loro. Sudiciume misantropo, aggiungiamo noi. Riff ciccioni, focose puntate blues, bordate punk, rallentamenti sabbathiani, registrazione a dir poco rozza e il gioco è fatto. Il giro di Hung from a Tree risveglia il criminale dentro ognuno di noi, Balanced on a Cross è un omicidio in piena regola, Presented With a Proposition materializza Satana che suona una slide guitar, la title track fa sciogliere il cuore come neve al sole (del Tennessee). Citazioni sparse da Meridiano di sangue di Cormac McCarthy completano questo trip di perverse confessioni e fango primordiale.
«Questo deserto sul quale tanti sono stati distrutti è vasto ed esige un grande cuore, ma in fondo è anche vuoto. È aspro, è arido. La sua vera natura è la pietra».
«Di fronte al mare la felicità è un'idea semplice», scriveva Jean-Claude Izzo. Lo sanno bene a Marsiglia come a Napoli. Strani incroci quelli del caso. E del calcio. Olympique de Marseille-Napoli vale tanto. Quarta partita del Gruppo F, è un match tra due squadre che cercano il rilancio. Il Napoli viene dalla brutta sconfitta all'Emirates Stadium, per l'OM il tracollo è continuo: dopo la partenza a razzo in campionato, sono arrivati due KO in Champions e due sconfitte in Ligue 1. Al Velodrome c'è vento, e lo cavalca Dries Mertens. Benitez lo schiera al posto in Insigne e la fiducia viene ripagata. Il Napoli domina il primo tempo: il belga è il migliore in campo insieme al solito, immenso Valon Behrami. Il Marsiglia tuttavia è poca cosa: Ayew e Payet sono fantasmi, Gignac pare appesantito da una lauta cena, l'unico a dannarsi l'anima è Valbuena. Ad irritare i tifosi ci pensa Gonzalo Higuaín: trotterella, si incazza senza motivo con i compagni, tocca piano quando dovrebbe andare come una furia. E al 34' sbaglia un gol che neanche Pandev contro la Roma. Fortuna che il Pipita si avvede e al 42' lancia con intelligenza l'impomatato Callejón: sterzata in bello stile e Mandanda è freddato.
Il secondo tempo sembra una pura formalità. Possesso palla e verticalizzazioni, il Napoli gestisce il risultato. E l'OM non si scrolla di dosso quell'aura di squadra capitata in Champions quasi per caso. Rimangono dubbi sulla quantità di passaggi semplici sbagliati da Inler, ma il risultato dice bene ed in pochi ci fanno caso. Al 58' esce Higuaín ed entra Zapata. Sembra di vedere il peggiore Zalayeta, e invece Duvan al 67' si inventa un gol che fa esclamare: «Freddy Rincón!». 0-2 e tutti a casa. Almeno così sembra. Perché se non c'è sofferenza non c'è divertimento. A 6' dalla fine André Ayew (tempo di amarcord: figlio di Abedi Pelé) si inventa una pregevole girata di sinistro che fulmina Reina. Ultimi istanti di apnea e triplice fischio che sa di liberazione. Bene Maggio a destra, volenteroso ma impreciso Armero, Albiol un po' offuscato dal fisico simil Lavezzi gigante, Fernandez timido ma in via di miglioramento. Segnali incoraggianti per le partite di ritorno. «Marsiglia non è una città per turisti. Non c'è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c'è da vedere si lascia vedere. E allora è troppo tardi, si è già in pieno dramma. Un dramma atipico dove l'eroe è la morte. A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere».
Se vi piace la roba disgustosa, rozza e blasfema, date una chance a Tutti i colori del buio. Da Torino, in omaggio al thriller di Sergio Martino con una Edwige Fenech al massimo del suo splendore, arriva questa demo di quattro brani, uno più corrosivo dell'altro. Un mischione putrido e perverso di hardcore, black metal, sludge e traumi infantili. Geniale intitolare un pezzo More Than Sartre, Less Than Allin, tre minuti di totale disagio. Nel nome di Bruno Nicolai, adoratori di Satana venite a noi.
Superman compie 75 anni e la DC Comics celebra l'evento riassumendone la vita in un cortometraggio animato di 2 minuti. Realizzato da Zack Snyder (L'uomo d'acciaio arriverà in Blu-ray e DVD il 12 novembre, l'attesissimo Batman vs. Superman è attualmente in pre-produzione) in collaborazione con il maestro Bruce Timm, il corto ripercorre la storia di Superman dai primi fumetti di Jerry Siegel e Joe Shuster fino all'ultimo film interpretato da Henry Cavill.
La Roma ospita Diego Armando Maradona all'Olimpico e batte 2-0 il Napoli in una delle partite più attese degli ultimi tempi. Otto vittorie consecutive per la squadra di Rudi Garcia, ormai il destino è scritto: scudetto. De Laurentiis, che non si fa mai mancare colpi di bruta "intelligenza", controbatte invitando il Papa al San Paolo: perché tanta blasfemia?
Il big match tra le due formazioni si risolve nel giro di 20 minuti, a cavallo tra primo e secondo tempo. Nei primi 15 la Roma pressa ma crea poco (Gervinho fa rima con Serginho?). Nei restanti 30 il Napoli ha due clamorose occasioni con Pandev e Insigne: la mira del primo è offuscata, il cinismo del secondo è da migliorare. Poi la svolta: escono per infortunio Totti e Britos, entrano Borriello e Cannavaro. La partita dell'ex capitano giustifica le beghe sul suo contratto: al 45' atterra stupidamente Gervinho e concede a Pjanic la meravigliosa punizione dell'1-0 (fortuna per la Roma che Totti fosse uscito…); al 70' – dopo 25 minuti di dominio e il terzo palo della partita colto da Hamsik – frana in area su Borriello. Rigore, esplusione, gol: 2-0. Partita chiusa.
Ormai ci siamo: la Roma è pronta per il quarto tricolore. Lo vincerà con un allenatore tosto che è riuscito a caricare una rosa di grande spessore. Ma soprattutto a spacciare a tifosi e giornalisti per 4-3-3 un blindatissimo 4-5-1. La chiesa è tornata finalmente al centro del villaggio.
Il cinema di Marko Meštrović è pura illusione. Classe 1972, pittore, fotografo, regista di piccole schegge animate, musicista (suona la batteria nei Cinkuši), Marko studia con Đuro Seder all'Accademia delle Belle Arti di Zagabria. Dopo una serie di mostre e personali, dal 2000 esplora il campo dell'animazione. È possibile trovarlo su Vimeo o sul suo sito ufficiale: www.markomestrovic.net
Inizia nel 2004 con il 3D di Ciganjska (Gipsy Song), ispirato alla dark ballad del maestro Miroslav Krleža contenuta in "Balade Petrice Kerempuha" (1936). Alienazione ed autodistruzione in un mondo in bianco e nero, dipinto seguendo i canoni dell'Espressionismo tedesco.
Nel 2006 realizza Silencijum in collaborazione con Davor Medjurecan: ancora Miroslav Krleža (sempre dalle ballate di Petrica Kerempuh), ancora bianco e nero, altro impietoso ritratto di disintegrazioni umane.
Tre contesti sociali, tre storie diverse, un unico rapporto: quello tra un padre e suo figlio. Nervo scoperto di buona parte del nuovo cinema croato. Note (2008) è una danza meccanica nel vuoto delle relazioni personali.
No Sleep Won't Kill You (2010) è l'esplosione definitiva di un percorso di ricerca ed identificazione: cos'accade quando il sogno prende il controllo sulla realtà? Arte e vita in un corto circuito inevitabile.
Why Elephants? (2012) è la più recente emissione e pone una questione "semplice": troveremo mai una risposta alle nostre domande più importanti? Lo straniamento è servito: un'India lisergica è viva e pulsa nel cuore di ognuno di noi.
Sono davvero eccitanti i Glitter Wizard. Ascoltarli è come essere catapultati in un film di John Waters nel quale gli attori sono Kiss, Motörhead e Alice Cooper. Il loro Pink Metal suona come delle "chiazze di rossetto sul bocchino di un bong". O come la performance dei Damned nell'episodio Nasty della serie BBC The Young Ones, anno di (dis)grazia 1984. Umorismo anarchico, dissacrante e provocatorio per questi simpatici cialtroni nati nel 2009 tra San Francisco e Oakland, luogo immaginario ribattezzato per l'occasione San Froakland. Un primo 7" (Black Lotus/Witch's Limbo, edito da SansEscape Records e subito sold out) mette le cose in chiaro: immaginate l'hard rock, lo space ed il proto dark metal dei 60 e 70 in forma ruffiana e glitterata (appunto…).
Glitter Wizard, e vai fuori di paillettes. Organo, flauto e sax si scontrano con riff selvaggi di chitarra; melodie appiccicose fanno il paio con escapismi psichedelici da comune freak. Il debutto Solar Hits (Archers' Guild Records, 2011) li lancia nel circuito underground. Fanno seguito il 7" Horses (Captcha Records, 2012) e l'album della consacrazione, Hunting Gatherers (aQuarius Records/Captcha Records, 2012). Motörider è un'orgia totale, Big Sur non fa rimpiangere gli Sleep, Ragdoll è boogie forsennato, Wizard Wagon è un potenziale singolo spacca classifiche. Il 2013 porta in dono l'ennesimo 7" (Siren è contenuta su Sweet Times - Volume 1, split edito da Who Can You Trust? Records e diviso con Hot Lunch, Ovvl e Dirty Fences) e la chiamata dal Roadburn Festival 2014.
Mohamed è un ragazzo egiziano che vive a Napoli. Come tanti, diverso da tanti. Arcipelaghi di Martin Errichiello e Gabriele Sossella racconta la sua storia, che diventa paradigma di un modo personale di rappresentare storie sulla migrazione umana, sui percorsi di identificazione, sulle rotte geografiche e psicologiche di chi attraversa il mare in questi anni 2000. Ricordi, sogni, speranze, in cerca di una dimensione autentica alla quale poter appartenere. L'identità è ancora viva: navigar non è poi così dolce in questo mare.
At the end of this sentence, rain will begin. At the rain's edge, a sail.
Slowly the sail will lose sight of islands; into a mist will go the belief in harbours of an entire race.
The ten-years war is finished. Helen's hair, a grey cloud. Troy, a white ashpit by the drizzling sea.
The drizzle tightens like the strings of a harp. A man with clouded eyes picks up the rain and plucks the first line of the Odyssey.
Alla fine di questa frase, comincerà la pioggia. All'orlo della pioggia, una vela.
Lenta la vela perderà di vista le isole; in una foschia se ne andrà la fede nei porti di un'intera razza.
La guerra dei dieci anni è finita. La chioma di elena, una nuvola grigia. Troia, un bianco accumulo di cenere vicino al gocciolar del mare.
l gocciolio si tende come le corde di un'arpa. Un uomo con occhi annuvolati raccoglie la pioggia e pizzica il primo verso dell’Odissea.
The sophisticated beauty sits behind
closed doors. What is not said, what is implied, what is suggested,
what is alluded and never truly disclosed into certainty always
possesses an ultimate power impossible to question.
To
Be or Not To Be (Ernst
Lubitsch, 1942)belongs
to this world of manners or, if you want, to this world of
(cinematographically speaking) ellipses: all
knowing, but not revealing and never needing to.
In
occupied Poland, the theatre company of Warsaw tricks the SS and
saves the East European anti-Nazi movement.
The film is a symphony of spiralling
situations, where hilarious seemingly unsolvable problems are
suddenly resolved with ingenious and unexpected interventions that
only exacerbate, though, new comical problems.
Fallacy and misconception are
enclosed in a carefully inter-twined plot exploring the theme of
appearance and reality, and how they (appearance and reality) are so
amusingly, yet dramatically interchangeable.
To
Be or Not To Be
is THE comedy of manners: generated by Lubitsch's touch
and generating moving scenes together with double-entendres and...
The Man from Nowhere (Ajeossi, Jeong-beom Lee, 2010) is an undeniable example of South Korean violent cinematography. Not gratuitous violence, but violence generated by rules of form and content.
The fight scenes choreography (the form) reminds of Stanley-Baker's definition of Chinese Calligraphy: "Sheer life experienced through energy in motion, with time and rhythm in shifting space its main ingredients."A definition which could also be easily applied to martial arts.
As the
form of the violence comes from a solid Oriental heritage; its content,
the engine of violence, springs from the most classic element of the
genre. Revenge.
A loner
man, Cha Tae-Sik, who has lived in self-imposed isolation for years,
decides to take on crime mob. A little girl has fallen prey to Korea's
ruthless, dark underworld. She's his next door neighbour in a
dilapidated part of town, with whom he has an inconsistent father/child
relation. In the process, Cha Tae-Sik must face off against the police
and his own past.
Ajeossi is overall a composition of Far East visual tradition and international cinema tale ingredients.
If you
believe in blockbusters with a soul, this is definitely one of them. The
film achieved home box office first, was selected for 19 film
festivals, and won 31 awards.
If you don't believe in blockbusters with a soul, then you definitely have to watch this.
Capita che vai al cinema – affollata multisala domenica pomeriggio, tutti per Il principe abusivo di Siani – per vedere Promised Land di Gus Van Sant e nell'attesa snervante della pubblicità accada l'inaspettato. Piccola premessa: perché se sul biglietto c'è scritto inizio ore 18 devo sorbirmi almeno 10 minuti di spot? Fossero almeno trailer, l'assalto sarebbe meno doloroso. Detto questo, tra la réclame di una nuova e orrenda Fiat e quella di una banca gentile con giovani precari (un conto disponibile persino per un over 30 con barba e capelli arruffati!), parte lo spot per la campagna elettorale del PD. Titolo: Il parto. Un minuto di agghiacciante pochezza. E di una bruttezza formale assoluta. L'aborto giusto. Lo scollamento dalla realtà concluso. Vedere per credere. Fortuna che dopo averlo messo on line la seconda volta si sono ricordati di disattivare i commenti. Sarà anche per questo che Il principe abusivo al primo week end incassa 4,2 milioni di Euro e Promised Land la miseria di 177 mila?
Una volta i comunisti li mangiavano, i bambini.
Presentato in anteprima all'International Film Festival di Rotterdam, Future Lasts Forever (Gelecek Uzun Sürer) segna il ritorno di Özcan Alper a tre anni dal debutto Autumn (Sonbahar). Nel mezzo, il cortometraggio Moto Guzzi, episodio lieve e leggero realizzato per il film collettivo Tales from Kars (Kars Hikayeleri), nel quale la città della Turchia nord-orientale era stata rappresentata con toni teneri e fanciulleschi. Future Lasts Forever abbraccia una narrazione forte, robusta, necessaria. Sumru ha 28 anni e vive ad Istanbul. Dalla metropoli si sposta a Diyarbakır, cuore del Kurdistan turco. Il motivo del suo viaggio è una ricerca. Nella forma, quella della sua tesi, basata sulle elegie musicali dell'Anatolia. Nella sostanza, quella della sua stessa esistenza, giunta ad un bivio nel viaggio più lungo mai intrapreso nella propria vita. Lungo le strade che conducono verso abissi inesplorati, incontra Ahmet, giovane appassionato di cinema che vende film per strada, organizza cineforum e sogna Mastroianni, Belmondo, De Niro.
In una chiesa fatiscente il vecchio Antranik ricorda persone e luoghi, lacrime del tempo passato che conducono fino al villaggio di Hakkari, dove persino gli animali hanno subito torti atroci. Perché questo villaggio? Perché qui, perché adesso? Sumru affronterebbe un ritorno infinito, Ahmet è travolto dalla paura, seppure sia la cosa più simile alla vita che gli sia capitata dagli anni Novanta. I tremendi anni Novanta. Come il Philip Winter di Lisbon Story (apertamente citato lungo tutto l'arco narrativo della vicenda, ricca di echi wendersiani), Sumru raccoglie e (ri)crea suoni tra le vie di Diyarbakır, ricostruendo pezzi di una memoria negata e sconosciuta. Lo stato delle cose è una guerra senza nome, un capitolo dimenticato di storia (Kurdistan e PKK) che Alper descrive con lucido e commovente lirismo. Il cavallo di Hakkari, impaurito dai proiettili, scavalca le recinzioni e si precipita verso un altrove che ha il vero sapore della libertà. La ricerca delle testimonianze di un'oppressione durissima (il campo/controcampo delle interviste ai parenti delle vittime, quanto di più crudo e toccante il cinema turco abbia affrontato negli ultimi tempi) fa da contraltare a toni da road movie che sfociano in una love story meditabonda e pudica. Rovine e miserie del nostro tempo, di un passato recente il cui sangue è impossibile lavare. La fotografia evocativa di Feza Çaldıran e le musiche dolorose di Mustafa Biber sono ulteriori tasselli di un'incrostazione del vissuto chiamata futuro.
«Ora che ho visto cos'è la guerra, cos'è la guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: E dei caduti che facciamo? Perché sono morti?» (Cesare Pavese, La casa in collina)
Un flusso di immagini ci invade. Conoscenza per creare arte, quella che Slawomir Milewski, regista polacco classe 1979, ridefinisce in controsensi e apologhi (a)morali. A partire da Ecstasy of St. Agnes, cortometraggio realizzato nel 2010. Come un Guy Maddin depurato da qualsiasi spinta fantastica, lo schermo si riempie di un bianco esplosivo. Corpi che si muovono su sfondi distanti e sfuggenti: il mistero e la complessa stranezza dell'animale uomo. La sessualità è una necessità giocosa utile esibita (the woman teacher of Polish has big boobs), forme geometriche improvvise tentano di dare un senso a quel caos controllato che con enorme presunzione definiamo vita. Tuttavia the picture is impossibile...
Poor People Must Die (2011) è diviso in tre capitoli. Flying to Saturn VI alterna in un montaggio frenetico e bizzarro convivialità sociali, rituali religiosi, pornografia oscena, storia della Polonia. Il bianco e nero livido e la pellicola sgranata sono accessori ad una visione sconvolgente, pezzi di mondo che si uniscono e si scontrano sullo sfondo di città distrutte dalla modernità. Forniture e pezzi d'assemblaggio del grottesco, come una cantante resa muta da un sonoro mancante o un corpo che si rotola all'infinito in un letto, senza alcun senso. L'accoppiamento è mancato, la visione è monca per natura. Deformata, allucinata, come la chirurgia estetica impone al nostro vissuto. Cinema dell'arte dirà qualcuno. Non sense gratuito? Probabile. Il secondo capitolo Literacy è una perversione bella e buona. Sequenza interminabile di una scopata da dietro con ralenti soffocante, così decontestualizzata dalla realtà naturale (del porno) da assumere connotati quasi metafisici. A chiudere il cerchio arriva Saturn VI: Members Only, in cui il primo piano di una capra assume più significato di qualsiasi essere umano.
In Pogo (2011) la cosiddetta new media art viene fatta a brandelli. Calpestare le convenzioni è l'unico metodo possibile. Perché in fondo, sembra dirci Slawomir, l'arte non è altro che una colossale presa per il culo.
Musica e cinema, cinema e musica. Uno dei migliori dischi del 2011 arriva dalla Polonia e porta inciso il nome di Kuba Kapsa. Pianista ispirato dalla tradizione cinedelica del tempo che fu, ha fondato il Contemporary Noise Quintet con il fratello batterista Bartek. Pig Inside the Gentleman (2006) e Theatre Play Music (2008) sono stati i primi due episodi della discografia, seguiti dall'allargamento dell'ensemble che diventa Contemporary Noise Sextet con Unaffected Thought Flow (2008) e November Note (2010). Ghostwriter's Joke possiede tutte le caratteristiche per convincere chi ama il buon cinema e la buona musica: uno stile elegante e al tempo stesso energico, brani strumentali che musicano un film che non c'è, una ispirazione infinita che lambisce la psichedelia colorata e "inoffensiva" degli anni Sessanta. Un mélange di influenze e pulsioni, che vanno da Cinematic Orchestra e Esbjörn Svensson Trio alle migliori esperienze jazz rock e fusion dei Seventies, su tutti Billy Cobham, Stanley Clarke e Mahavishnu Orchestra (e perché no, con un po' di orgoglio italiano, Perigeo, Area e Napoli Centrale).
Dall'introduzione in crescendo di Walk With Marylin (è vero che gli uomini preferiscono le bionde?) si passa all'impatto free di Morning Ballet, pura ascesa del groove da brass esaltata da soli di chitarra isterici e ficcanti. Is That Revolution Sad? è trainata da nervose note di piano che lanciano le trame fitte dei fiati: sembra di rivivere gli score di Piero Umiliani, Armando Trovajoli e Franco Micalizzi in una insolita (e piuttosto inconsueta) variante ethio esteuropea. Curioso. E ammaliante come non mai. Old Typewriter odora di inchiostro e sigarette, puro jazz da stanza fumosa che fa il paio con Chasing Rita («Tutti gli uomini si innamorano di Gilda, ma si svegliano la mattina dopo con Rita»), groove che sale al cielo e fughe scattanti di tromba e sax replicate dalle sei corde di Kamil Pater. Norman's Mother si insinua nella testa come il tarlo che divora il buon Bates ed esplode in una sezione di fiati che alterna dilatazioni psichedeliche e stratificazioni dissonanti: per l'unica volta usare il termine noise assume senso. Il finale è affidato a Kill the Seagull, Now!, brano scritto in origine per la pièce "Il gabbiano" di Anton Chekhov diretta da Agnieszka Lipiec-Wróblewska. Jazz rock orchestrale, di ampio respiro, sognante e meraviglioso.
Di amletico c'è poco o nulla nella musica del Contemporary Noise Sextet. Kuba Kapsa e soci hanno classe da vendere e la certezza di una coolness autentica. Un plauso alla Denovali Records perché si dimostra ancora una volta etichetta poliedrica e di grande qualità.
Ricevo l'attenta analisi dell'amico e sodale Giuseppe De Cicco e pubblico.
27 giugno 2011, a 31 anni da Ustica, re Giorgio Napolitano butta la sua solita pietra e probabilmente nasconde la mano che fino a non moltissimi anni fa svettava chiusa in pugno verso il sol dell'avvenir, chiedendo che si dipanino tutte le ombre sul caso Ustica...
27 giugno 2011, L'Aja proclama Gheddafi criminale della peggior specie, macchiatosi di colpe gravissime verso la strana, pazza, razza uomo.
27 giugno 2011, con il mandato di arresto internazionale si chiude la possibilità per il leader libico di scappare, e forse l'ultima unica possibilità di uscire "illeso" da una situazione ormai degenerata, e godersi la sanguinolenta pensione e con questo ultimo tassello aggiuntosi sempre il 27 di giugno del 2011, l'Occidente si appresta a chiudere i conti con quello che forse è l'africano più fastidioso e pericoloso dai tempi di Annibale; perché alla luce dei fatti vien fuori che...
Nel 1969 la Libia e Gheddafi compiono la loro rivoluzione. La monarchia dalle forte tinte filo-occidentali viene spazzata via e i primi a pagarne le conseguenze sono proprio le potenze straniere, soprattutto francesi, inglesi e americane. Non certo dei bracaloni buontemponi, insieme all'indimenticata indimenticabile CCCP le tre potenze militari più bellicose dell'Occidente e quindi... Nazionalizzazione di banche e pozzi petroliferi, che per volontà della monarchia erano nella quasi totole dipsonibilità dello straniero fino a quel momento; chiusura immediata di tutte le basi delle potenze occidentali sul suolo libico, inglesi e americane nello specifico.
Alla fine degli anni Settanta la tensione internazionale nei confronti della Libia è altissima. Il colonnello lavora per la creazione di uno stato panarabo che unisca i popoli arabi, la politica internazionale si basa su una forte componente anticolonialista e antisraeliana. Secondo il giornalista Andrea Purgatori, uno dei massimi esperti del caso Ustica, il colonnello Gheddafi in quegli anni è il nemico pubblico numero uno degli americani. Per dare un'idea, sempre Purgatori sostiene che «il presidente degli Stati Uniti d'America ogni mattina in quegli anni si preoccupa di quello che farà Gheddafi». Tuttavia l'autore del libretto verde non è inviso solo agli americani: i francesi lo odiano per il suo ostinato e fastidioso nonché fottutamente affascinante anticolonialismo e per le sue pressioni e ingerenze sul governo filofrancese del Ciad. Per non parlare delle tensioni con l'Egitto per la svolta filoamericana e le aperture al regime sionista.
Ecco, questo è lo scenario in cui, il 27 giugno del 1980, matura il fallito tentativo di eliminare il leader libico. Che in compenso costa la vita a 81 passeggeri di un volo civile, seguiti da 31 anni, 31, che sono un casino di giorni, un fottio di ore, una miriade di minuti, un universo di secondi; 31 lunghi anni di lacrime rabbia e dolore per una strage, ancora oggi, dopo 31 infiniti anni, senza colpevoli senza giustizia e senza neanche la consolazione di una verità storico-istituzionale. Punto. Purtroppo.
Volo pindarico, parlando di Cirenaica mai fu più azzeccato forse; e allora pindaricamene voliamo al 2003 sperando di non aver già ammazzato di noia. 2003: cadono le sanzioni internazionali, tutto il mondo guarda alla Libia come un enorme caldo desertico ricchissimo albero della cuccagna, le più grandi società per l'energia, sopratutto quelle legate al petrolio, ci si fiondano leccandosi i folti baffi da petroliere texano ma ancora il colonnello è lì a rompere i coglioni. La Libia assume una politica sullo sfruttamento delle immense risorse petrolifere che non ha mai adottato nessun altro stato al mondo. Un articolo del Wall Street Journal documenta come, quando è venuto meno l'embargo nel 2003, tutti quelli che sapevano come scavare un pozzo per estrarre petrolio si sono fiondati sull'ex colonia italiana con grandi speranze, rimanendo al fine delusi - dice il Wall Street Journal - dal fatto che le autorità libiche li avessero messi in forte concorrenza fra di loro, una delle leggi sane del libero mercato - a detta dei liberi mercanti -, strappando quote per l'usufrutto dei pozzi pari al 90% del ricavato. Il che, commenta l'ex direttore della ConocoPhillips (compagnia petrocacadollari statunitense), ci mette davanti ad un sistema che pone i termini più duri a livello mondiale per le compagnie petrolifere, obbligando inoltre le suddette società ad assumere, per la maggiore, personale libico anche ai livelli dirigenziali.
Se siete ancora svegli e se vi documentate in rete sopratutto grazie a giornalisti come Manlio Binucci e Maurizio Torrealta, quello che rappresenta più di ogni altro il sigillo alla condanna a morte e la colpa più grave di uno dei personaggi forse più megalomani della storia (ma anche uno dei più importanti per il futuro del continente africano), è stato il tentativo di staccare una buona parte dell'Africa dal giogo occidentale. Clonando, e rendendoli responsabili solo davanti all'Unione degli stati Africani, quegli stessi organi che ad oggi permettono alle "grandi" nazioni della terra di avanzare pretese e incidere nelle scelte degli ancora assoggettati ex stati coloniali. Ovvero. Nel corso degli anni, per precisa volontà di Gheddafi, la Libia ha portato avanti quella che è conosciuta come la diplomazia dei fondi sovrani: massicci investimenti in diversi parti del mondo pari ad un ammontare che supera i 150 miliardi di dollari. Signori (per rendere tutto così serio), si parla di investimenti che superano i 150 miliardi di dollari. Per dare un'idea, per salvare la Grecia (e quindi l'Europa - il mercato unico e la paura di non farne parte meriterebbero un discorso a parte, perché in ultima analisi sono le paure che leggittimano i governi), si stima servano 110 miliardi di Euro, che nessuno naturalmente ha e che verranno elargiti pian piano. Ecco, la Libia investe 115 miliardi in fondi sparsi per i mercati di mezzo mondo; e noi italiani ne sappiamo qualcosa, vedi Fiat (azioni comprate al doppio del valore di mercato), vedi Unicredit. In particolare, una parte molto consistente è stata investita in 25 stati tutti apparteneti alla fascia sub sahariana; ai soldi libici si deve il primo lancio di un satellite tutto africano per le telecomunicazioni che permette a gli stati che lo usano di risparmiare centinaia di milioni di dollari l'anno sulle grandi reti internazionali; ma sopratutto la Libia ha fatto pressioni sulla Lega degli Stati Africani affinchè si dotasse di meccanismi finanziari simili a quelli creati dall'Occidente. Ovvero la Banca Africana di Investimento con sede a Tripoli, la Banca Centrale Africana con sede in Nigeria e il Fondo Monetario Africano con sede in Camerun. Il tutto atto a creare una zona indipendente dagli interessi e dalle pressioni occidentali e cinesi, in modo da liberare il continente dal giogo del Fondo Monetario Internazionale, dalla politica delle privatizzazioni e dal ricatto esercitato con il debito degli stati africani nei confronti di quelli occidentali. Forme embrionali ma incredibilmente concrete per far venir meno quelli che, se analizzati, per citare le parole del giornalista Manilo Dinucci sono strumenti di dominio.
Gheddafi dittatore, Gheddafi liberatore, ai posteri l'ardua... Ma rimane sempre valido il detto secondo il quale «l'unico modo per difendersi dal mondo è conoscerlo bene».
Allah Akbar… ma i soldi lo sono molto di più!
Il grande lavoro di indagine giornalistica a cura di Maurizio Torrealta, Guerra in Libia, chi ci guadagna
Ex è la quintessenza del rock cinemadelico. Ordine e armonia distrutti da scosse elettriche. La forma strumentale che si (dis)fa fiera poetica. Il nuovo disco Abuse (quarto della serie, scaricabile gratuitamente dal sito del gruppo, come i precedenti) è un'autentica avventura. Abuso, possesso, lotta. Un album che si dipana come un fiume in piena, un arrembaggio acido che in Italia ha pochi eguali. Viene piuttosto da pensare alle esperienze free form dei vari Bevis Frond, Kawabata Makoto, Gary Arce. Arpeggi melanconici, giri di chitarra onirici, ritmiche ora delicate ora impetuose, riff ipnotici e inzuppati di mescalina. Nel rispetto del sacro motto: less is more. Abuse segna un netto passo in avanti nella definizione del suono. Quello che inizialmente era un "semplice" heavy psych o acid rock diventa altro. Una mutazione che passa dalla musica cinematica al desert sound, senza aver paura di "sporcarsi" con melodie malinconiche ed intense. Pier Paolo Pasolini, Lucio Fulci, Elio Petri, Gian Maria Volontè e Ugo Tognazzi sono i numi tutaleri. Perché l'opera è costellata da samples e citazioni che imbevono le nove tracce dello spirito critico e militante che il miglior cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta ha lasciato in eredità.
Velvet & Latex e Capital Desert sono i primi due tasselli di un percorso che inizia luminoso, seppure sommesso e distante. Da God's Spirit i toni si fanno oscuri, minacciosi. L'abuso religioso apre qualche spiraglio di luce, pur sempre da tramonto. Nella title track la divisa blocca e cavalca le parole di Orazio Orlando in La proprietà non è più un furto («Mi approprio di parti più o meno importanti dell'esistenza altrui, così mi consumo nel pessimismo e mi consolo nell'egoismo dei miei privilegi, primo fra tutti la libertà di arrestare chi voglio. Arrestare è bellissimo...»). La liberazione è un riff a dir poco catacombale, soffocante, eterno. I Black Sabbath in chiave massimalista. Se Good Woman penetra sottopelle nell'intimità, nei pensieri profondi, Into You segna la frattura definitiva, che Change's Blues dilata in un vortice che si sovrappone strano dopo strato. Il finale con Wandering Mountain trascina lì dove l'impossibile diventa realtà e all'orizzonte il quotidiano si tramuta in fantasia.
E allora io penso questo... Che in un regime democratico, dobbiamo rimpiangere il cimema che fu e auspicare la psichedelia al potere.
Per ascoltare il disco e lasciarsi ammaliare dalla poster art lisergica di Ex Lab, basta cliccare www.exlab.altervista.org