find the path

mercoledì 16 febbraio 2011

«Voglio che il sole mi dia il benvenuto». Lo sceicco di Castellaneta


Incontenibile Giuseppe Sansonna. Dopo le sotterranee melodie di A perdifiato (2007, dedicato alla figura di Michele Lacerenza, storico compositore dell’assolo di tromba di Per un pugno di dollari di Sergio Leone) e lo spregiudicato ritratto a zona di Zemanlandia (2009, il profeta del pallone Zdenek Zeman come non lo avete mai visto), torna alla carica con Lo sceicco di Castellaneta. Chiusura del cerchio di un processo che ribalta il Meridione e lo porta ad essere protagonista assoluto di un intero immaginario. Prima la musica, poi il calcio, in questo caso il cinema e il divismo. Come in una fantasmagorica epica leoniana, il documentario di Giuseppe Sansonna scandaglia uno dei pochi, veri miti del Novecento: Rodolfo Valentino. E lo fa ripartendo da dove tutto ebbe inizio, Castellaneta.
Provincia di Taranto, terra bruciata dal sole e illuminata dal mare. Grandi canyon e paesaggi della mente che si aprono come voragini per un sogno tanto vicino quanto distante nelle possibilità, «uno scenario western prima che Hollywood inventasse il West». Le diaboliche mascalzonate adolescenziali, il retaggio avventuroso del brigantaggio, i toni kitsch e perversi del cattolicesimo meridionale. Tutto serve a plasmare la figura eccentrica e affascinante che ne forgiò il mito. Un misto di malinconia e tormento, frivolezza e seduzione, che incenerisce imperfezioni e particolarità (lo strabismo di Venere, i matrimoni falliti, la stimolante creazione intellettuale che ne ipotizza una sorta di precursore ante litteram del Neorealismo) grazie ad uno sguardo magnetico.


In parallelo all’ascesa del divo Valentino, la via che sprofonda verso il baratro folle di Antonio N., professione matto del paese. Che rivive pellicola per pellicola, sequenza per sequenza, L’aquila nera, Sangue e arena, Il figlio dello sceicco, I quattro cavalieri dell’apocalisse. Le spelonche carsiche diventano brumosa steppa, Versailles muta forma e appare spiaggia dove mangiare seppie crude annaffiate di birra, il vecchio frantoio si trasforma in alcova di piacere e seduzione. Tutto comincia con i tributi che il Dopoguerra scudocrociato dedica a Rudy, a partire dalla statua dell’«iconoclasta in pectore» Luigi Gheno: autore di una scultura orrenda, uno sceicco pop dagli occhi svuotati e assenti. Viene definito come il grande otre che contiene l’olio, il dono più prezioso. Un mostro «ustionato dall’altoforno spietato di Hollywood». Gualtiero Jacopetti ne approfitta e nel 1962 apre Mondo cane con un tango irrefrenabile e le immagini dell’inaugurazione di quest’opera che fanno circolare una galleria di freaks grotteschi e compiaciuti. Impomatati e languidi proprio come Rodolfo, per questo ancor più incredibili.


Numerose le testimonianze che emergono dal sottobosco di Castellaneta. Spicca la lucida, sbalorditiva schiettezza di Maria Rosaria Ranaldi, 97enne benzinaia del paese. Il biker Pasquale dà interpretazione cromata e rombante del mito. Cosimo Fungoso, Presidente dell’Associazione Internazionale Arte e Cultura Rodolfo Valentino, si fa promotore di un’idea folle e visionaria che invitiamo a scoprire nella visione. Completano il quadro un uso sapiente del bianco e nero nelle ricostruzioni labirintiche di Antonio e le suggestive musiche morriconiane di Pippo Foglianese. Una ricognizione brillante e quanto mai attuale su divismo, sogni e desideri, aspirazioni e fallimenti. La contrapposizione tra chi «si erge fallico» e chi esibisce ambiguità ed intelligenza è, nell’anno di (dis)grazia 2011, quanto mai attuale.

venerdì 11 febbraio 2011

They’re coming for you, Uxbal. Biutiful


Un’ombra minacciosa si aggira per le ramblas di Barcellona. È quella di Uxbal, protagonista di Biutiful. Nel film di Alejandro González Iñárritu, il primo senza Guillermo Arriaga a dettare i tempi della sceneggiatura, il personaggio interpretato da Javier Bardem riempie della propria ingombrante presenza quasi ogni singola inquadratura. Padre di due bambini di cui si occupa al posto della moglie, una sorta di mutante bipolare, traffica in uomini e topi nel tumultuoso caos catalano. Nonostante abbia il potere di comunicare con i morti ed aprire loro le porte dell’hereafter, scopre di avere un tumore e comincia a temere per il futuro dei suoi figli.


Non sembra, eppure Biutiful è uno zombie movie. Per vari motivi. Innanzitutto perché Uxbal è già morto. E parla con i morti. Da cadavere ritorna. Si aggira per strada barcollante e dubbioso, divora i pasti con i modi bruschi del bisogno innato e animalesco, educa al rigore e al risparmio. Non accetta intromissioni nel privato. È morto. E scopre che per essere abbattuto non c’è bisogno di un colpo in testa. Basta una pisciata rosso sangue. L’horror(e) che travolge, perché Iñárritu spia dal buco della serratura il globalismo, cercando in tutti i modi di nutrire un comune senso di colpa. Per cosa, non si capisce bene. Trionfa un certo compiacimento. Si affastellano temi su temi, in maniera a dir poco confusa: l’economia che si allarga senza diritti e protezioni, lo sfruttamento, venditori africani e operai cinesi, omosessualità ad occhi a mandorla, schizofrenia e violenza domestica, polizia corrotta, incesti famigliari, e chi più ne ha più ne metta. Il tutto senza quasi mai sporcarsi le mani, lontano dalla gente comune che vorrebbe sbattere sullo schermo. Tanto meglio la buona e ricca borghesia, quella americana che andava in vacanza in Marocco o quella giapponese che trafficava in armi. Semba di assistere ad un confuso quadro metropolitano, come se Amir Naderi invece di Kafka avesse scelto Roberto Saviano come riferimento culturale.


Dunque cosa resta? Risposta semplice: una regia che aiutata da montaggio, suoni e musiche, pur abusando di camera a mano, si concede agli spazi, ad alcuni abbaglianti campi lunghi, ad improvvise aperture visionarie (il dialogo con i bambini morti; i cinesi asfissiati e le larve che si agitano sul soffitto); il volto pietrificato e fisso di Javier Bardem; la meravigliosa accoppiata di naso e tette di Maricel Álvarez; squarci suggestivi di una Natura che appare e scompare al cospetto di una Barcellona sporca, affascinante e notturna. Poco, purtroppo. Istanza sociale e redenzione privata potevano essere più biutiful.

mercoledì 2 febbraio 2011

OFF TOPIC Le allodole del sesso: la visione della figa da lontano. Sempre vostro Cicco Peppe


Ricevo lo sfogo dell’amico e sodale Giuseppe De Cicco e pubblico.

La visione della figa da lontano, citazione tributo omaggio agli Elii. Ma anche consapevolezza del fatto che usando la magica parola “figa” si hanno molte più chance di essere ascoltato, qui come in qualsiasi altra parte del mondo “civile”. Perché in questo momento, in questo paese, sulla bocca di chiunque, umana o virtuale che sia, non si scappa dal binomio figa-potere. È talmente sulla bocca di tutti, si parla talmente tanto di old man enjoying huge bombs and young pussy... O di horny old man is fucking a gorgeus young girl, da rimpiangere quasi quelle belle vecchie bigotte riserve mentali sul sesso e i suoi derivati, quando il “cazzo” era tabù. Non erano belli i tabù?


Tuttavia, al di là dei "cazzi", torniamo alle considerazioni politiche inattuali. Ci stiamo concentrando sui vizi del re nudo. Noi, i mezzi di informazione, addirittura la magistratura, l’unico potere italiano che ha fatto e fa tremare i palazzi del potere. Perché l’Italia è l’Italia… Non esiste corrispettivo nel resto del mondo e anche le “rivoluzioni” si fanno dall’alto, non certo dal basso. La magistratura tra tanto torbido, tra tanta merda che galleggia («E se teniamo la bocca bene aperta forse riusciremo ad ingoiarla tutta!»), ha deciso di giocare la sua partita fondamentale sullo scandalo sessuale. Notare bene che ai tempi della Prima Repubblica la partita fondamentale si giocò sulla corruzione e sul finanziamento illecito; fenomeni emersi nel 1992 ma praticati e conosciuti da sempre, regole non scritte di un sistema quarantennale, scandalo usato come mannaia al momento giusto, quando il “vecchio” doveva fare spazio al “nuovo” perché il sistema era al collasso e i partiti non servivano più. Il muro era caduto ed era diventato la lapide del comunismo. Se ai tempi la corruzione era sufficiente a far tremare il sistema dalle fondamenta, oggi si è scelta – da sottolineare la parola scelta – la mannaia dello scandalo sessuale. Forse sarà anche vero che “a ognuno il suo” ma se per cambiare si ha bisogno di fare salotto sulle perversioni di Cesare e del Fido Emilio… Beh, la tristezza è totale nella miseria del momento.


L’Italia è un paradiso abitato da diavoli. O forse sarebbe più corretto dire che l’Italia è un PARADOSSO abitato da PIPOLI [per chi non conoscesse la parola “pipolo” vedere vocabolario avellinese]. La situazione economica è disastrosa, con prospettive di crescita pari a zero e un mercato del lavoro che fa spavento. Non ci vuole un grande economista per capirlo. Una notte che non sembra mai finire: fuga di cervelli, cementificazione selvaggia, piccoli e grandi scandali che spuntano da un tappeto che non riesce più a nascondere tutta la sua monnezza. Si parla delle scopate di Berlusconi ma non si organizzano palinsesti televisivi sulla scopate di Santa Romana Chiesa, sui vizi degli adepti più sinceri e sulle coperture dei vertici. Chi in Italia avrebbe la “forza e curaggio” [per chi non conoscesse la “Forza e Curaggio” vedere vocabolario beneventano] di inadgare sui vizi dei vertici di Santa e Romana?


Nelle scuole si insegna ancora che abbiamo uno stato fatto di potere legislativo, esecutivo e giudiziario. Per onestà intellettuale bisognerebbe dire che in Italia per precise scelte politiche dettate dell’instabilità di una guerra mondiale finita e di una guerra fredda alle porte, si è scelto di suddividere il potere al fine del mantenimento dello status quo tra Chiesa-Poteri Economici più o meno occulti e Stato, che a sua volta è fatto di esecutivo, legislativo, giudiziario e mafioso. Si lascia in pasto ai cervelli più pigri l’idea della lotta all’antistato... Come gli americani all’inizio degli anni novanta davano in pasto all’opinione pubblica l’idea della lotta al sistema mondiale della droga.
Lo stato adopera il suo braccio armato, le mafie, quando è messo alle strette, quando pezzi di scomode verità potrebbero emergere, riscrivere la storia ed essere insegnate, studiate, ricordate e di cui qualcuno potrebbe servirsi per chiedere conto quando i conti non tornano. Per poi dire ai cervellini troppo piccoli, ai cervellini troppo pigri, ai cervellini tropo veloci [100 punti a chi coglie la citazione Ndr]: «le mafie hanno fatto questo, noi puniremo le mafie». Ecco allora i Riina e i Ciancimino. Sarebbe simpatico domandare ad un uomo di mafia (un uomo di mafia col cervello, un Pippo Calò o un Bernardo Provenzano): perché vi umiliate così, perché siete diventati i servi dei servi dello stato? I soldi e il potere che ne deriva, quel pezzettino di torta a cui siete stati ammessi per gentile concessione del padrone, varrà mai la dignità che avete perso? Non siete stufi di essere i trofei dei vari Maroni che nel momento del bisogno vengono a prendervi e vi sacrificano a comando? Perché accontentarvi dell’elemosina quando si può rubare direttamente in chiesa?


Ad intermittenza si parla del problema rifiuti a Napoli. Giustamente. Senza però chiedere conto ai pezzi dello stato che tramite le mafie hanno costruito autostrade di spazzatura in Africa per aiutare lo smaltimento di multinazionali di mezzo mondo. Grandi imprese eternamente in debito con lo stato italiano ed il suo braccio armato. Ce lo insegna l’inchiesta sulla morte di Ilaria Alpi, vicenda su cui lo stato, appunto lo stato, tace. Da anni. Allo stesso modo in pochi hanno aperto spiragli di chiarezza sulla strage di Piazza della Loggia, il primo atto della stategia della tensione. Dopo 36 anni tutti assolti. Quasi 300 morti e 800 feriti per 15 anni passati alle cronache come anni di piombo. Se per tanti ragazzi i libri di storia sono troppo noiosi perché spesso chi conosce i fatti non è detto che li sappia anche raccontare, basta guardare Il Divo di Paolo Sorrentino. Nel novembre 2010 i giudici della Corte d’assise hanno concluso il processo con assoluta indeterminatezza e nessuna condanna. Non si è sentito alcun Fini o Di Pietro o Napolitano parlare di questa sentenza. Pochi giornali hanno affrontato seriamente l’argomento; la stessa magistratura ha fatto poco.


Siamo sazi di sentir parlare di Berlusconi e di sesso e di quella che è l’attuale situazione italiana. Si dimentica che potere e sesso squallido esistono da sempre, anche prima di Berlusconi e sicuramente anche dopo. In Italia ma non solo. Sono un binomio vincente. La parola 'attuale' con la parola 'politica italiana' non ha senso perché in Italia la giornata di ieri è da sempre quella di oggi e sarà sempre quella di domani. Perché per citare le parole di un amico «il belpaese vive in un eterno presente».
Chiedo a me stesso, alla città e al mondo che quando la punta dell’iceberg verrò spezzata e cadrà, e cadendo andrà tristemente alla deriva fino a scomparire lentamente; quando la finiremo di parlare, indignarci e bestemmiare sulle perversioni di un uomo malato [a voler precisare, il punto più alto – o meglio, meno squallido – tra tutto il vociare che si sta facendo sul sesso e sul sesso di Silvio, è la lettera della moglie pubblicata da Repubblica: oltre a dire tutto, Veronica Lario lo dice con grande forza e umana dignità, e forse ci saremmo dovuti fermare a quello...]; quando tutto questo passerà, avrete la forza di concentrarvi sul resto e di chiedere conto di tutto. Pretendendo ciò che vi spetta, consapevoli che il berlusconismo non cadrà con la sua testa come il fascismo in Italia non è finito legato ai piedi del duce a Piazzale Loreto.
Lo scrive una persona pigra oltre che brutta, a cui dell’Italia non fotte un cazzo e che non farà un cazzo per l’Italia. Una persona stufa di vedere tutti diventare allodole ed abbocare allo specchietto.

Un ringraziamento a John Carpenter, Sarah Lucas, i cani vogliosi, Malleus Rock Art Lab, le targhe americane e agitazioni per i contributi audiovisivi.

lunedì 31 gennaio 2011

El pozo. Il Messico secondo Guillermo Arriaga


C’era una volta il Messico di Sam Peckinpah, doloroso e orgoglioso, sporco e tenace. Più vero del vero. E c’era il Messico di Luis Buñuel, quello feroce del grande teschio che partoriva figli dell’inganno e della violenza. In pochi hanno viaggiato nel Messico di Emilio “El Indio” Fernández. Uno che nel 1946 vinceva la Palma d’oro al Festival di Cannes con un film sconvolgente come Maria Candelaria (1943). Per tanti è stato il mefistofelico Mapache nel Mucchio selvaggio (The Wild Buch, 1969) o la figura mitologica del fazendero El Jefe nel capolavoro Voglio la testa di Garcia (Bring Me the Head of Alfredo Garcia, 1974). Come dargli torto…



Da qualche anno è Guillermo Arriaga a infuocare gli animi dei cinefili con Quetzalcoatl nel sangue. Prima in qualità di sceneggiatore di fiducia di Alejandro González Iñárritu, poi come regista (The Burning Plain, 2008). Per Iñárritu rimangono impressi nella mente i meccanismi ad orologeria, le geometrie universali, le realtà frammentate e dominate dal “caos lineare” di Amores perros (2000) e Babel (2006). Meno il pasticciato ed estetizzante compiacimento di 21 grammi (21 Grams, 2003). Il capolavoro è la sceneggiatura scritta in punta di penna per l’esordio alla regia di Tommy Lee Jones Le tre sepolture (The Three Burials of Melquiades Estrada, 2005), uno dei film più belli degli ultimi dieci o quindici anni. Sintetizza tutto al meglio il solito Valerio Caprara: «La forza allucinatoria dei corruschi paesaggi, l’incisiva essenzialità delle recitazioni e degli episodi di contrappunto e l’equilibrio con cui è giocato l’elemento grottesco (i colloqui di carceriere e carcerato con le fattezze del povero messicano in disfacimento) conferiscono all’opera prima di Tommy Lee Jones il nitore dei western di ultima generazione, rimpiante pietre miliari di un cinema che non voleva parlare solo a se stesso».
Prossima sceneggiatura sarà quella di The Tiger, previsto per il 2012 e tratto da “The Tiger: A True Story of Vengeance and Survival” di John Vaillant. Per la regia di Darren Aronofsky, protagonista Brad Pitt. C’è da tremare. Nell’attesa, è essenziale una piccola perla uscita stavolta in punta di macchina da presa. El pozo. Il pozzo. Cortometraggio che è parte del progetto 13 formas de amar a mi México, 13 corti commissionati a registi e sceneggiatori da TV Azteca. Un racconto duro, drammatico, polveroso. Allevatori di capre e contadini, banditi a cavallo e bambini. Il deserto del Coahuila nel 1914 fa da sfondo a questa vicenda di amore e coraggio. Della Rivoluzione importa poco o nulla. Della sofferenza di Quique siamo complici. Oltre che vittime e responsabili.

martedì 18 gennaio 2011

Fu così che Dio sbatté contro un muro. Big Bang Big Boom


È un periodo che si fa un gran parlare di Banksy. Merito delle sue folli, illuminanti provocazioni. E anche di uffici stampa sempre più efficaci. Detto questo, per meglio comprendere le logiche e il senso delle incursioni dello street artist inglese, ci vengono in soccorso il bel libro di Sabina de Gregori Banksy il terrorista dell’arte (Castelvecchi Editore, 2010) e il documentario attribuito allo stesso Banksy Exit Through the Gift Shop (2010), presentato al Sundance Film Festival del 2010.


Per una volta è doveroso abbandonare l’esterofilia e tornare in Italia. Niente Puffi o Na’vi, per tingersi basta Blu. Street artist bolognese che usa un metodo tanto “facile” quanto sconvolgente: applicare l’animazione in stop-motion al graffito. Un lavoro che si dipana in modo parallelo tra carta, muri e schermi, dagli schizzi alle pareti. Schizofrenia del pensiero e della rappresentazione, pennelli, rulli e carrellate veloci che si trasformano in bocche da fuoco fenomenali.
A partire dal suggestivo ed emblematico Muto fino alla splendida collaborazione con David Ellis di Combo. Una forma di comunicazione e rappresentazione visiva “altra”, quasi aliena perché fin troppo specchio deforme (uniforme?) della realtà. Unico mezzo per scendere in strada e urlare rabbia e ragione, da Varsavia a Los Angeles, da Milano a Mosca, da Barcelona a New York, da Berlino a Lisbona. Ultimo in ordine di tempo – presentato al Festival di Clermont-Ferrand – Big Bang Big Boom. Ovvero come sia nata la vita e quale sia la sua evoluzione. Seguendo flussi, tubi, granchi, esseri voraci, cumuli, uova che si schiudono e una fine ineluttabile, impossibile non pensare all’animazione sperimentale di un genio come Zbigniew Rybczyński. Anno di grazia 1975: quanto ancora stupisce il sublime Oh, I Can’t Stop! (Oj! Nie moge sie zatrzymaci!).
Ipertrofia della visione che non riesce mai a fermarsi. Per andare avanti ancora e ancora ancora ancora ancora ancora ancora ancora ancora ancora…

giovedì 30 dicembre 2010

Night Terror by Guy Maddin. O del perturbante.


C’è del marcio in Canada. A Winnipeg per la precisione, tra i grandi laghi di Manitoba. Le “muddy waters”. A narrarne le gesta il cinema del perturbante. Ovvero monsieur Guy Maddin. Occhio instancabile e curioso, con ironia e grande senso dell’umorismo ci trascina in uno spettacolo d’altri tempi, dove Luis Buñuel e Fritz Lang giocano a carte con David Lynch e Tod Browning mentre Leni Riefenstahl prepara loro un caffè. La tragedia che si abbatte sul mondo. L’amore, la competizione, il sacro e il profano.



Bianco e nero frenetico (o il colore “finto” di Sombra dolorosa), montaggio “neurotico”, musiche (in)calzanti, un cinema impossibile. Tutto sintetizzabile come una droga, il “gaddinesque”. “L’inutilità della parola e l’equilibrio temporale dello sguardo”, parola di Pier Maria Bocchi. Un pugno di film, cortometraggi, pubblicità, video, esperimenti (extra)materia. Rumori fuori campo, rapporti che si sgretolano e si rinsaldano, come in un balletto meccanico. Costruttivista? Magari sulle sponde di un lago, in attesa di un ritorno.



Un piacere per l’affabulazione che si sposa con toni surreali e da black comedy. La vita nella sua totale assurdità. Dai tempi di The Dead Father (1986) e Tales from the Gimli Hospital (1988) a quelli di Archangel (1990), Twilight of the Ice Nymphs (1997) e Dracula: Pages from a Virgin's Diary (2002) si inseguono gli spettri della guerra, la re-invenzione dei miti di un intero immaginario, un universo popolato da femme fatale e corpi in continua mutazione/evoluzione.


La collaborazione con Isabella Rossellini porta in dote al regista canadese il bizzarro, stupefacente, anarchico The Saddest Music in the World (2003) e l’affettuoso My Dad Is 100 Years Old (2005). La nostalgia ammanta Brand upon the Brain (2006) di un candore angoscioso, il ritorno all’infanzia che si fa pressante anche nel successivo My Winnipeg (2007). Ultimo in ordine di tempo, Night Mayor (2009). Presentato al Festival di Toronto, è la storia dell’inventore di origine serba Nihad Ademi. Un uomo osteggiato dalle autorità perché ideatore, con i propri figli, del Telemodium. Un apparecchio che sfruttando la potenza delle aurore boreali di Winnipeg, anno 1939, trasmette in tutto il Canada "every day life for every day people”. Un magma di luci, rumori, immagini e suoni che arrivano nelle teste dei cittadini e vengono rielaborati, filtrati, sminuzzati, deglutiti. Una televisione organica per produrre nuove immagini. Nuova carne. Ademi, aurora, nightmare… Nightmare of Winnipeg!

lunedì 27 dicembre 2010

Dai, Walter. Ultimo minuto





1963. Vittorio Gassman che osanna Pedro ‘Piedone’ Manfredini, storico attaccante della Roma dal 1959 al 1965. Mitico il film di Dino Risi I mostri. Perché il calcio è da sempre croce e delizia dell’Italia, l’unica nazione con 60 milioni di allenatori. Tuttavia, nonostante passioni e clamori, il cinema raramente ha rappresentato con efficacia il mondo del pallone.
1987. Pupi Avati è reduce dal successo di Regalo di Natale e decide di cambiare completamente registro. L’autore bolognese ha affrontato da sempre tutti i generi: l’horror del capolavoro La casa dalle finestre che ridono e Zeder, la commedia grottesca con La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone e Bordella, la sua passione per il jazz con Jazz Band. Nel 1986 collabora con i giornalisti sportivi Italo Cucci e Michele Plastino e realizza Ultimo minuto. Uno dei pochi film sul calcio, forse il solo film sul calcio capace di anticipare gli scandali, i retroscena, le verità, lo squallore dello sport più amato dagli italiani.

Protagonista del film è uno straordinario Ugo Tognazzi, nelle vesti di Walter Ferroni, direttore sportivo di una piccola squadra di provincia che sopravvive alle insidie economiche della serie A. Il nuovo presidente Di Carlo (interpretato dal volto avatiano di Lino Capolicchio) porta una nuova gestione, più spregiudicata, che non contempla i metodi di Ferroni. Il quale è allontanato dalla società, seppure continui a seguirla. I cambi di direzione, allenatori, giocatori non portano risultati, anzi. La presidenza richiama il vecchio direttore, sperando in una miracolosa salvezza. Che arriva appunto all’ultimo minuto, grazie al gol del giovane Paolo Tassoni, ragazzo della Primavera scoperto dall’osservatore Duccio (Diego Abatantuono, lanciato nella carriera drammatica proprio da Avati in Regalo di Natale) e fatto entrare in campo al posto del capitano Boschi (Massimo Bonetti), caduto nel vortice del calcio scommesse e ora inviso anche agli occhi di Marta, figlia di Ferroni innamorata di lui (una giovane Elena Sofia Ricci).


La cosiddetta cupola di Moggi e degli arbitri compiacenti è ancora lontana. Le partite vengono mostrate poco da Avati, tanto che non è mai citata la città della squadra in campo, seppure il colore di maglia bianco rosso e lo stadio indichino chiaramente Vicenza. L’azione è tutta nei gesti di Ferroni: una vita dedicata al calcio, dal lavoro agli affetti. Le ferite del pallone sono vive e pulsanti, la malinconia tipica del cinema di Avati ammanta l’atmosfera torbida del calcio di provincia, tra allenatori incapaci e giocatori venduti, innocenza e malcostume. Prima dei grandi capitali, degli acquisti folli, delle quotazioni in borsa, ci si poteva ancora permettere di gestire una squadra in serie A con metodi spiccioli e quasi dilettanteschi. Tutte le componenti del calcio sono gettate nella mischia, compresi i procuratori, i tifosi, i giornalisti. In questo senso portare sullo schermo anche Aldo Biscardi sa molto di preveggenza per quello che sarà il futuro del nostro pallone.

Il film fu un flop commerciale, a testimoniare la difficoltà del cinema – in particolare italiano – nel rappresentare il calcio. Tuttavia Ultimo minuto è un film rimasto nel cuore e nelle menti degli appassionati di sport e di cinema. Complici anche le musiche di Riz Ortolani e una sceneggiatura lucidissima e nostalgica. Come ha dichiarato Italo Cucci, il personaggio di Walter Ferroni fu ispirato «in parte alla figura di Italo Allodi e in parte a quella del primo Luciano Moggi». Segno di un calcio affarista e traffichino, che cambia rimanendo uguale a se stesso.