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giovedì 7 febbraio 2008

Amori e illusioni. Fever Pitch


Nick Hornby è uno scrittore di culto non per caso. Chi adora musica, ragazze, calcio e cinema (ce ne sono molti in giro…) ha ritrovato il proprio universo nelle pagine dei suoi libri. Non solo i più noti (Alta fedeltà, Febbre a 90º, Un ragazzo), anche quelli meno pubblicizzati o mai ‘vittime’ di adattamenti (Non buttiamoci giù, Come diventare buoni, 31 canzoni). Alcuni lo criticano per la leggerezza, altri per certi aspetti frivoli. In realtà il talento di scrittura risiede proprio nella semplicità, nel dire con candore e schiettezza tante di quelle verità da far impallidire. I punti di vista si frammentano, la vita scorre come una giornata qualsiasi, amori ed emozioni diventano storie che fanno crescere, cambiare, maturare.


Il cinema ovviamente ha attinto molto dallo scrittore inglese. About a Boy (Chris e Paul Weitz, 2002) è un film piacevole e disimpegnato, High Fidelity (2000) è invece il miglior risultato, soprattutto perché dietro la macchina da presa c’è un certo Stephen Frears e davanti il signor John Cusack (senza per questo dimenticare Jack Black e un istrionico Tim Robbins). Qui però ci preme parlare di Fever Pitch (Febbre a 90º, 1997), pellicola di David Evans che riproduce fedelmente su schermo il bel libro di Hornby. Che è poi la sua storia personale, quella di un ragazzo cresciuto dal padre nel culto dell’Arsenal e diventato “uomo” (virgolette necessarie) con questa passione malata che lo divora, tanto da fargli sbattere il muso contro la vita vera. Nick è Paul e Paul è un bellissimo Colin Firth, con la sua aria sbadata da eterno ragazzino, maglietta dei Gunners, birra alla mano e sabato fisso allo stadio. L’incontro con la collega insegnante Sarah (Ruth Gemmell) gli farà cambiare priorità e stile di vita. Forse…


Va subito detto che il libro batte il film 3-0. Impresa impossibile catapultare quel complesso di sensazioni, dubbi, risate che la pagina scritta evoca. Detto questo, Evans dimostra che il suo passato teatrale e televisivo conta e ci concede ampie dosi d’ironia e una regia vivace, veloce, concentrata, molto british. Chi ama il calcio in modo spasmodico non può che scompisciarsi vedendo Paul che cerca di convincere l’amata Sarah a comprare casa insieme a Highbury, la zona dello stadio. E non può non esaltarsi con le immagini della Premier League anno 1988-89 e la vittoria per 2-0 sul campo del Liverpool che consentì alla squadra londinese di vincere il titolo. L’urlo al ralenti dell’amico Steve è un momento che rimane impresso. D’altronde il calcio è giusto un pretesto per parlare d’altro: rapporti genitori-figli, lavoro, responsabilità, legami, affetti. È questo il bello del gioco. E di uno scrittore come Hornby, capace come pochi di proiettare noi stessi nelle sue esperienze.

Dedicato a tutti quelli che non contano la vita in anni, bensì in stagioni.

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