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giovedì 28 febbraio 2008

12 scimmie. Paure collettive tra realtà e immaginazione


Realtà dislocate. Sismi temporali provocati da scaglioni di zolle cerebrali in perpetuo movimento. Tempo immaginato e tempo vissuto in una dinamica dello scontro che azzera i valori del primo e annulla i paradigmi del secondo. Un viaggio avanti e indietro negli anni e/o un’escursione in circolo nella mente. Qual è la minaccia reale e quale quella indotta/immaginata? E quale la differenza tra le due in termini di psicosi personal-collettiva?
Quando Terry Gilliam gira L’esercito delle dodici scimmie (Twelve Monkeys, 1995), sono gli anni in cui il Cinema made Usa comincia a elaborare il terrore legato allo spauracchio dell’AIDS.


Nel 2035 l’umanità è stata completamente sterminata da un virus. I pochi sopravvissuti sono costretti a vivere sottoterra. L’eroe, Bruce Willis (e chi altro?), è inviato da un equipe di scienziati nel passato, nel 1996, l’anno in cui è scoppiata l’epidemia letale. La sua missione è di raccogliere informazioni per trovare una cura e permettere agli esseri umani di ripopolare il pianeta. È, però, inviato per sbaglio nel 1992 dove viene rinchiuso in un manicomio.
Certo il film non ha come soggetto principale il celeberrimo virus quanto, piuttosto, è un giro visionario nella terrorizzata mente umana, collocata in una società occidentale che si fustiga rumorosamente per la sua ipocrisia e che, di decennio in decennio, propone nuove paure. Terroristi e pedofili, oggi, l’aids, nei decenni ‘80/’90, il nucleare negli anni ’60/’70. Ventennio, quest’ultimo, de La Jeteé (Chris Marker, 1962) da cui è liberamente tratto L’esercito delle dodici scimmie, film su una catastrofe atomica con rispettivo tentativo di risalire il tempo per evitare la fine del genere umano.


Dunque sembrano essersi spesso presentati terrori collettivi. Paure prodotte da una società che si è anche assunta il compito di avere cura e difendere tutti. Le guerre si fanno, ormai, in nome dell’esistenza di tutti; si spingono intere popolazioni ad uccidersi reciprocamente in nome della loro necessità di vivere (Michel Foucault).


E le paure collettive in questi ultimi decenni sembrano essersi fatte uguali per tutti. Non più tante paure differenti di natura locale e limitata, ma una paura unica diffusa in modo capillare in tutta la società occidentale: la paura per la propria sopravvivenza messa a repentaglio da un nemico preciso. L’aids e il terrorismo sono le due forme che questo nemico ha assunto nel corso degli ultimi quarant’anni. Mentre l’atomica era quella degli anni ‘60/’70.


Il potere di esporre una popolazione ad una morte generale è l’altra faccia del potere di garantire ad un’altra il suo mantenimento nell’esistenza (Foucault).
Così in Twelve Monkeys i futuristici scienziati, che cercano di salvare il mondo, e il personale del manicomio che tengono prigioniero il protagonista, sono gli uni lo specchio degli altri.
Terry Gilliam, però, non dimentica mai la via dell’ironia, della risata, (chiara nella citazione dei fratelli Marx). Critiche reali alla pazzia dilagante messe in bocca ai “matti” carcerati nell’ospedale psichiatrico, raccontano di una follia che in realtà non è altro che una lucida analisi. Un’analisi di un’intera epoca narrata attraverso la storia personale di un eroe senza più nessuna certezza su cosa sia reale e cosa frutto esclusivo della sua immaginazione

2 commenti:

Virgilio ha detto...

12 monkeys: il mio punto di svista.

Coinvolto in prima linea, tanto da essere prescelto da un manipolo di scienziati filantropi all’ultimo sangue, il Sig. James viene inviato da un indeterminato futuro in un passato al fine di sventare una epidemia, un contagio virale davanti al quale l’intera Umanità rimarrà/è in procinto di/è rimasta/non rimarrà affatto (?) letteralmente sepolta: oltre sei miliardi di morti e pochi superstiti in lotta continua per ripopolare la superficie terrestre, ormai regno inespugnabile degli animali.
Questo lo scenario che si prospetta allo 007 del futuro.
In una sequenza di oscillazioni aritmiche e tremolanti, ma non per questo priva di una consequenzialità (il)logica, tanto da indurre lo stesso spettatore a non distinguere, con atteggiamento deciso e decisivo, la realtà percettiva, dove ha sede la fenomenologia degli eventi e delle persone (la realtà “convenzionale”, ontologicamente riconosciuta), da una “realtà” parallela, circostanziata ed autoreferenziale, strutturata, nel “tempo misto” sveviano, tra “fantasie” psicotiche e momenti di lucidità, l’intera razza umana sembra essere oggetto di una minaccia dalla portata apocalittica (è probabile che anche il numero 12 abbia un suo significato d’origine biblica, rimandando agli apostoli, divenuti gli eroi negativi di questa impotenza anti-messianica) che trova una sua legittimazione in peculiari riferimenti mitologici ellenici. Tale rappresentazione, messa in discussione solo in pochissimi e fulminei frangenti dal suo stesso regista-attore-spettatore, si snoda in una trama schizoide, il cui noccciolo duro è da rintracciare in un tragico episodio accaduto alla presenza di due sensibili e vigili occhi infantili, occhi che non a caso aprono e chiudono il cerchio del film. Occhi azzurri, come quelli del Sig. James …
La drammatica visione diverrà l’humus argilloso della sua ossessiva attività onirica. La malattia e le nefaste conseguenze correlate assumono i caratteri della convinzione sensoriale, al punto da essere percepite e vissute dal protagonista, un malato di schizofrenia paranoidea, quale punto di riferimento, la mappa per orientarsi nel caos turbinoso ed infrareale della sua psicosi, che lo bracca e sfianca: elucubrazioni e fatti oggettivi sembrano fondersi e formare un lega incline ad assumere colori e tonalità multiformi e armonicamente bizzarre, ma, al contempo, tale prodotto si dimostra estremamente fragile a sollecitazioni d’ogni sorta. Così la lega si frantuma, per poi ricostituirsi: si assiste alla coniugazione dell’attività cerebrale imprevedibile sullo sfondo di una matrice paranoica e megalomane in un circo(lo) orribilmente vizioso dove l’instabilità delirante è una legge “fisica”, così come la gravità.
Il personaggio interpretato da B. Pitt - “conosciuto”, ma in realtà compagno pressappoco permanente (?) di James in una casa di cura mentale – esprime anch’egli delle sue “convinzioni” che travolgono, a suon di mitragliate, i costumi della nostra spietata società, regolata dalle leggi del profitto e del consumo più spinto: chi non si attiene a questo tipo d’ordinamento, non potrà che essere etichettato come pazzo e, ponendo in essere comportamenti devianti rispetto alla massa, si ritroverà a scontrarsi, di continuo, contro tutto e tutti, fino a subire delle frustrazioni che man mano andranno ad alterare il proprio equilibrio psichico.
Sull’immagine posta sul frontespizio del film, se ci si fa caso, in corrispondenza di una delle pupille oscurate di B. Willis v’è il simbolo, emblema del film, delle 12 monkeys. Volendo azzardare un accostamento del tutto arbitrario, a colpo d’occhio, per l’appunto, ho pensato che quel simbolo, e quindi tutta la visione di questo ”pazzo” intorno al mondo, fosse paragonabile ad una lente a contatto … così se mettessi una lente dal colore verde, non potrei fare a meno di guardare l’intero universo colorito di verde, ma questa è solo e soltanto una mia rappresentazione.
Nel ricordare una citazione che esorbita dalla sceneggiatura : “Il futuro ha un cuore vecchio” e focalizzando l’attenzione sulle dinamica delle trama, si avverte la sensazione dell’assenza di coordinate spazio-temporali ben definite: scene a tratti convulse e sfocate, a momenti scivolano traslitterate e speculari.
Un film la cui intessitura è incentrata su un caso di disturbo mentale, non può che riavvolgersi su se stessa per poi sbrigliarsi da sé e di per sé, ripercorrendo l’attività tipica del “linguaggio dimenticato”, il sogno: con la dovuta trasposizione dei visi, degli oggetti ed in genere, di tutto il materiale frutto del nostro relazionarci col reale, la visione del mondo del Sig. J.,come sopra accennato, si configura sì come uno specchio, ma non uno di quelli di vetro, bensì di plastica e la realtà oggettuale tende a dilatarsi e solidificarsi: burro che con sbalzi od abbassamenti di temperatura, cambia forma.
Credo che sia plasmato tanto ingegno in questo film, comprovato dalla ricerca meticolosa e certosina di sottili particolari “tecnici”, veri tasselli di un mosaico degno di un monastero, ormai reduce da un decennio di bombardamenti . Molto di rado capita che in un film l’attenzione posta su un determinato dettaglio non vada ad intaccarne la visione globale: si perde il filo; se tutto scorre nitidamente fluido e consequenziale … perché mai allora soffermarsi ad osservare e scrutare a fondo un particolare per poi rischiare di perdere la comprensione della storia? Questo accade normalmente nei film(s), credo. In questo caso la situazione è diversa: più si squarcia il velo della superficialità, ponendo una smaniosa attenzione interpretativa alle “minuzie” e più s’entra nel mondo sotterraneo del protagonista, intravedendo qualche frammento archeologico di una personalità lacerata e vorticosa.
Credo che l’arte degli addetti ai lavori sia davvero lodevole (tanto da farmi pensare, e dubitare, sulla loro completa “sanità” psichica :-0).
Virgilio, 5.3.2008
Ciao marziana! ;-P

una/o dei due ha detto...

"Il tuo punto di vista" è
veramente Pieno e la tua analisi lucidissima.
Grazie Virgilio per questo post che apre nuove vie, nuove visioni di un film già straordinario di per sé ma che lo diventa ancora di più raccontato dal tuo sguardo, dal "tuo punto di vista"!