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mercoledì 20 febbraio 2008

Odio e follia sotto la terra. There will be blood


Sontuoso ed imperfetto There Will Be Blood (Il petroliere, 2007), ultimo, attesissimo film di Paul Thomas Anderson. Sontuoso perché in buona parte dei suoi 159 minuti si assiste ad uno spettacolo magniloquente, cinema allo stato puro, grado zero della narrazione. La sequenza iniziale è degna dei grandi maestri del passato: nessun dialogo, solo suoni, rumori, un accompagnamento musicale sinistro, stridente, a tratti addirittura sgradevole nell’alternanza di vuoti e pieni (gran merito al lavoro di Jonny Greenwood). Macchina narrativa che lavora ancora una volta su frammenti, su spaccature, come già accaduto per Magnolia. Ma se allora era la polifonia il mezzo espressivo utilizzato, qui sono il volto, le gambe, la schiena curva di Daniel Plainview (un magnifico Daniel Day-Lewis) il fulcro della pellicola.


Il petroliere diventa una parabola sin troppo evidente ed esplicita sul tema ricchezza/cupidigia/solitudine/follia. E nella rappresentazione dell’utopismo sociale di Upton Sinclair (dalla cui opera il soggetto è tratto) risiede l’imperfezione del film. Troppo esposto, troppo lungo, troppo corposo nel dar vita alla parabola di questo magnate delle trivellazioni, che da semplice minatore diventa invidiato uomo d’affari, salvo sacrificare famiglia (il figlio reso sordo da un’esplosione di gas e poi disconosciuto, il finto fratello scoperto e ucciso, l’assenza totale di una figura femminile), relazioni (il vuoto è ciò che ricerca e gli spetta), fede (il massacro del giovane predicatore - ottimo Paul Dano - a colpi di birilli da bowling).


Daniel Day-Lewis divora completamente la scena, vampiro che si nutre di ogni situazione, di ombre e buio, di ogni singolo frammento. C’è poco spazio per gli altri, è Daniel il soggetto privilegiato della macchina da presa. Obiettivo che si sporca di petrolio, fango, alcol, che gira vorticoso nel ricercare increspature, piegamenti, minime variazioni della sua espressione. Complice la suggestiva, spettacolare fotografia di Robert Elswit. Ciò che è un limite diviene così anche un pregio, che fa di There Will Be Blood un grande film. Perché nei difetti che possiede risaltano la maestria di Anderson e del protagonista. Un uomo distrutto e reso arido come la terra che scava.

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