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mercoledì 24 ottobre 2007

Del western. 3:10 to Yuma


Il western è la lucida ossessione del cinema americano. Non stiamo parlando di un semplice genere, bensì del genere per eccellenza. Forma archetipica, luogo di creazione e gestazione di memorie, miti e riti. Come un ciclo di vita che mai si esaurisce, un flusso unico, senza soluzione di continuità, capace di esprimere noi stessi in diverse fasi del nostro divenire. Dalla svolta acida e graffiante degli anni '60/’70 (quella che da Ford e Hawks portò a Peckinpah, Aldrich, Fuller, Hellman, Boetticher, Pollack, fino allo spaghetti di ascendenza leoniana), sembrava difficile uscirne. E invece. Invece ci si è ritrovati con Clint Eastwood che passa dietro la macchina da presa e realizza opere crude e maledette (basta pensare a Josey Wales, Il texano dagli occhi di ghiaccio, 1976, o al sommo Unforgiven, Gli spietati, 1992). A campioni della ripresa e del nuovo immaginario come Walter Hill e Sam Raimi (ma molte delle opere di John Carpenter e Michael Mann non sono forse dei western camuffati?) che omaggiano ciò con cui sono cresciuti (The Long Riders, I cavalieri dalle lunghe ombre, 1980; Geronimo, 1994; Wild Bill, 1995; The Quick and the Dead, Pronti a morire, 1995). Per giungere al divo Kevin Kostner che si cimenta con successo nell’inedito ruolo di regista (Dances with Wolves, Balla coi lupi, 1990; Open Range, 2003).


Il nuovo millennio doveva prima o poi offrirci un ritorno al mito della Frontiera. Se già in precedenza lo spazio del West si inscriveva in una nuova dimensione a-storica, visionaria e infernale (Dead Man, Jim Jarmusch, 1995), ora pare riscrivere se stesso nell’alveo del rifacimento. Una estetica che frulla passato e presente, realtà e immaginazione. Takashi Miike si presenta a Venezia 2007 con il remake di Django (Sukiyaki Western Django, 2007), Andrew Dominik rilegge le avventure di Jesse James con la star Brad Pitt (The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford, 2007), James Mangold (già apprezzato per Walk the Line, 2005, biografia di un altro cantore d’eroi ed epiche gesta, Johnny Cash - ascoltate The Last Gunfighter Ballad e vi ritroverete ad essere un loser di frontiera) si tuffa tra polveri e cieli immanenti con il remake di 3:10 to Yuma (Quel treno per Yuma, 2007). L’originale di Delmar Daves (anno 1957) era uno scontro di psicologie, un avanzare d’azione e dinamiche morali. Nell’incontro/scontro tra Ben Wade (Glenn Ford) e Dan Evans (Van Heflin) c’era tutta la dimensione etica, valorosa, ero(t)ica di due universi in collisione e reciproca scoperta. Quello di Wade (bastardo capobanda dall’innegabile appeal) e quello di Evans (onesto padre di famiglia dal profondo senso della giustizia, che accetta di scortare il fuorilegge fino al famoso treno pur di avere i soldi necessari a sopravvivere).


Mangold, con la collaborazione degli sceneggiatori Halsted Welles, Michael Brandt e Derek Haas, resta piuttosto fedele al testo originario di Elmore Leonard. Inserisce le giuste variazioni (le vicissitudini di William, figlio di Dan; il finale modificato) ma si scopre soprattutto regista di contrasti. Prende due attori di grido (gigione Russell Crowe; bello e bravo Christian Bale), una serie di comprimari di lusso (su tutti il mito Peter Fonda, uomo dei Pinkerton), li subissa di primi, primissimi piani e dettagli, che alterna con carrelli puliti, coinvolgenti scene d’azione, esplosioni primordiali, un certo piglio sanguinolento, placide pause notturne, dialoghi delicati, tensione omosessuale, un pizzico d’ironia e citazioni divertite (come chiamare gli assistenti dello sceriffo Henry Hathaway e Sam Fuller). Ne esce un concentrato pop di tutto, del western classico e di quello anti degli anni ’60 e ’70, del mutamento degli ’80 e ’90 e dell’horror vacui di oggi. Un film che accentua ulteriormente le motivazioni dei protagonisti e le dilata al massimo. I rapporti tra padri e figli, il progresso invasivo che avanza implacabile, le ragioni del male e le incongruenze della giustizia, l’eroismo e la vigliaccheria, la sete di ricchezza e la voglia di tranquillità. Insomma, un western che ci parla di oggi, come di ieri. Che ci immerge nei resti, nelle radici della nostra cultura. Perchè <<questo elemento geologico è forse l’ultimo ancoraggio ad una radice che possa accogliere il fuoriuscito dalla civiltà, prospettandogli una porta d’accesso, che sta però oltre il film stesso.>> (Gino Frezza, Dal mito alla geologia del West, in Fino all’ultimo film, Editori Riuniti, 2001)

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