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sabato 20 ottobre 2007

L'Uomo "inutile" di Sorrentino


L’uomo in più (Paolo Sorrentino, 2001) è decisamente un film triste. Ma è anche degno. In molteplici aspetti. I personaggi sono degni. Uomini sani, nonostante tutto. Nonostante uno dei due protagonisti, sia un cocainomane cronico: <<Sono trent’anni che la tiro […] Del resto chi non l’ha tirata in questi anni di merda? Chi è che non l’ha fatto? Soltanto i poveri non l’hanno tirata. E non sanno cosa si sono persi>>: Tony Pisapia famossissimo cantante pop, idolo di un pubblico borghese e benpensante.


Un cocainomane che neanche si era accorto di star scopando una ragazzina. E che per questo viene accusato di violenza su minore. L’ambiente dello spettacolo lo emargina immediatamente, anche se giudicato innocente al processo. La veneratissima star cade in completa disgrazia. I riflettori adoranti a cui sfuggivano i lati ombra di Tony, ne mettono successivamente in luce le vergognose debolezze. Nonostante tutto, però, il personaggio rimane comunque davanti agli occhi dello spettatore, un uomo degno: <<Io ho sempre amato la libertà e voi non sapete neanche che cazzo significa. Io ho sempre amato la libertà. Io sono un uomo libero>>.
L’altro protagonista, l’altro Antonio Pisapia, è un bravo e famoso stopper. Un uomo fondamentalmente onesto con il sogno di diventare allenatore. Un uomo al quale - dopo aver rifiutato di vendersi in una partita di campionato - vengono lesionati i legamenti da un compagno di squadra in allenamento. Anche la sua di carriera è troncata bruscamente. E anche lui verrà completamente allontanato dall’ambiente calcistico: <<Anto’, io ti debbo dire quello che penso - gli confessa il presidente della sua vecchia squadra, dopo avergli fatto mille promesse sulla possibilità di essere assunto nella società - Penso che il calcio sia un gioco e che tu sia un uomo fondamentalmente triste>>.


Dialoghi validi con punte di vera e propria bellezza del testo. Regia coraggiosa. Sorrentino va oltre e riesce a tirarsi fuori dalle classiche immagini in movimento della scuola cinematografica (all’) italiana.
Il regista dispone in modo diverso e nuovo i carrelli, i pianosequenza, i primi piani. E anche se forse rispetto a questi ultimi rischia di essere un po’ troppo prodigo, quello del monologo di Tony, ospite della trasmissione televisiva dedicata ai divi in disgrazia, è un tocco di classe semplice quanto astuto: maestoso il volto di Servillo, imponendosi con la sua affascinante e perfetta maschera attoriale domina lo schermo, la situazione e gli spettatori.
Sorrentino, dicevamo, è un regista nuovo rispetto al modo di usare la Macchina da Presa in Italia. Diverso, invece, è il discorso che va fatto circa i temi dell'autore partenopeo. Il luogo, infatti, dove la sua vecchia italianità persiste, si trova proprio nei contenuti.


I suoi film uno dopo l’altro non fanno altro che parlarci di emarginati invisi alla collettività. Personaggi immersi in una personalissima solitudine: divi decaduti (L’uomo in più), professionisti costretti a vendersi alla mafia (Le conseguenze dell’amore, 2004), usurai intenti ad accumulare ricchezza (L’amico di famiglia, 2005). Storie tristi, sempre storie tristi che seppur narrate con maestria, lasciano negli occhi un sapore già sentito, già visto. È il retrogusto ancora troppo italo-familiare del neorealismo. Quello di Sorrentino è una sorta di neorealismo intimista. Con le sue pellicole sentiamo la stessa qualità di pena che provavamo quando Umberto D (Vittorio De Sica, 1952) apriva la mano per chiedere l’elemosina, la stessa qualità di pena che sentivamo nei confronti del padre umiliato dalla folla davanti agli occhi del figlio (Ladri di biciclette, Vittorio De Sica,1948).


Massimo rispetto per i drammi umani e per il modo gentile con cui sono trattati dai nostri grandi registi (passati e presenti). C'è solo una obiezione che mi preme opporre: sono sessant’anni che la maggior parete delle buone pellicole italiane ruotano - nei contenuti - intorno ad una pena umanista. E quindi mi chiedo: non è forse venuto il momento di non far più provare la suddetta pena allo spettatore mentre guarda un nostro film?
Non dico di dimenticare il neorealismo, dico solo: non nominiamolo più!

1 commento:

Morris ha detto...

definire neorealismo "intimista" la poetica di sorrentino ci può stare. ma per me la profondità di analisi introspettiva, il modo in cui sono rese le umane sofferenze dei personaggi di sorrentino sono già di per sè elemento nuovo nel cinema italiano. tra l'altro mi sembra la cosa che gli riesce meglio, per cui non invocherei un cambio di rotta.